Antichi Vigneti di Cantalupo, il Nebbiolo alla “novarese”. Alla scoperta del regno di Alberto Arlunno

Umiltà e semplicità. Sono le caratteristiche con le quali Alberto Arlunno dirige una delle più importanti cantine di Ghemme. Siamo in Piemonte, poco al di là del confine con la Lombardia, in provincia di Novara. Terra dove l’uva Nebbiolo viene trasformata pazientemente in vino dai viticoltori locali. Il signor Alberto ci accoglie con un sorriso che metterebbe a proprio agio anche il più timido dei visitatori. Il sorriso di chi ti apre le porte del suo mondo. Di casa sua. Perché è qui che abita il cuore di quest’uomo: alla cantina Antichi Vigneti di Cantalupo. Tutt’attorno, le “figlie” putative di Alberto Arlunno: le vigne. “Andiamo in vigna, che preferisco”, dice appunto. Ci accompagna, sulla collina che sovrasta la collina, a bordo della sua Fiat Multipla che segna inesorabili 376.000 chilometri di fatiche. Il vignaiolo accosta su un crostone di terreno. ‘Va che bello! Prima fotografate la terra”, esordisce. Gli occhi brillano, come se fosse per lui la prima volta. Poi prosegue: ”Questa è una collina fluvio glaciale creata dai detriti accumulati dallo scioglimento di un ghiacciaio ed in parte trasportati dal fiume Sesia. Non è il mio vigneto di punta, ma è sicuramente tra i migliori”. La nostra intervista non poteva sperare in teatro migliore. Una camminata tra i filari, allevati a Guyot. Alberto passeggia, ogni tanto si ferma ad ammirare una legatura, a controllare un palo, si stupisce di fronte ai rami di vite che gli sembrano uno stemma araldico. Guarda la sua vigna, con l’espressione di chi non smette di sorprendersi, centimetro dopo centimetro, di qualcosa che in fondo conosce come le sue tasche. ”Quante volte passa di qui il sottoscritto? Ogni volta – ammette – c’è un particolare nuovo che mi affascina”. ”Guarda che bello qui, con il prato appena tagliato. Sembra una vigna inglese”. E fa una fotografia. ”…Poi quando intorno è spenta ogni altra face, e tutto l’altro tace, odi il martel picchiare”, non manca neppure una citazione leopardiana dal Sabato del villaggio.

LA STORIA

Antichi Vigneti di Cantalupo è un’azienda vinicola di 35 ettari, ”tutto Nebbiolo al 105%”, scherza Alberto, fissandoti col piglio di chi s’aspetta che quella battuta, studiata e ripetuta chissà quante volte, faccia ridere di volta in volta nuovi interlocutori. E così succede. ”Cantalupo – spiega – è una trasformazione di un’azienda di famiglia. Quando è arrivata la Doc Ghemme si è pensato di rinnovare i vigneti, di ampliarli, di rifare la cantina nuova. chiamandola con quello che era il nome di un vigneto, il Cantalupo”. Antichi Vigneti di Cantalupo nasce nel 1977, ma la famiglia Arlunno è a Ghemme dalla notte dei tempi. I nuovi impianti sono del 1970, il primo vino a “marchio” Cantalupo invece è del 1974. Oggi l’azienda produce circa 180.000 bottiglie. Tre impiegati lavorano quotidianamente tra vigna e cantina, con picchi che raggiungono la ventina di persone, durante potatura e vendemmia. A proposito di potatura: essendo sul finire di febbraio, chiediamo ad Alberto come procedono i lavori. Ci risponde, in piemontese, che da quelle parti si dice ”chi ha la vigna sua va a potarla al mese di marzo”. Ma loro, con i 35 ettari vitati, se andassero al mese di marzo “dovrebbero spararsi”! Noi che arriviamo dalla grande città proviamo a volte invidia per chi ha la possibilità di lavorare in mezzo alla natura. ”C’è un grande lavoro?” chiediamo ad Alberto. ”Abbastanza… Sufficiente…”, ride. Poi prosegue: ”Ogni tanto viene voglia di scappare!”. Ma Alberto, anzi, resta. E inizia a raccontarci del vitigno. ”Il Nebbiolo è importante ed è interessante anche per il fatto che puoi fare di tutto – spiega – anche la bollicina con un metodo Charmat, senza andare troppo lontano. Abbiamo fatto una prova di Metodo Classico, è lì dal 2002 che dorme: due esperimenti, uno in rosato e una prova di bianco, poca roba, ma non so dirvi com’è, non l’ho ancora assaggiata”. Di fronte al vigneto c’è una collina dalla forma particolare, è l’occasione per Alberto di farci una vera e propria lezione di geologia sulla Valsesia. ”Quella montagna che sembra un panettone Galup, è la reliquia dell’oceano: la Tetide era l’oceano che divideva l’Africa dall’Europa. Quando, per effetto dei movimenti della crosta terrestre, l’Africa ha perso l’America Meridionale, si è creato un baratro enorme. L’Africa si è scontrata con l’Europa, la famosa deriva dei continenti. A partire da 60 milioni di anni fa è cominciato il processo che ha dato origine tra le varie cose alla catena delle Alpi”. In corrispondenza di questa zona, c’è stato un rovesciamento a 90 gradi della crosta terrestre, “un ricciolo di burro” lo definisce Alberto, che ha fatto riemergere un vulcano fossile  scoppiato ai tempi della Pangea. ”Il Monte Rosa – continua Alberto Arlunno – fa parte della zolla europea. In Valsesia, dopo Varallo c’è Balmuccia, praticamente l’ultimo paese ‘africano’. Scopa invece è il primo paese ‘europeo’. Si passa anche senza passaporto”. Alberto non perde occasione di scherzare.

UN TERROIR UNICO

L’area di Ghemme, fa parte di quello che oggi è un geo parco Unesco. Il Super Vulcano è una scoperta relativamente recente, frutto di un lavoro di 36 anni del professore Sinigoi dell’Università di Trieste, con la collaborazione di un luminare dell’Università di Dallas. Per Alberto, è una grande fortuna avere qui questo vulcano fossile che in termini di terroir ha creato una varietà incredibile. ”Gattinara – commenta il vignaiolo – ha i vigneti sulle colline, sulla parte vulcanica riemersa. Boca ha una zona vulcanica, mentre una parte del territorio è alluvionale, dovrebbe avere un’altra Doc. La collina di Ghemme è il compendio delle mineralità della Valsesia, qui c’è la macedonia Valsesiana, la sommatoria di tutto quello che si trova in Valsesia” . Stesso vitigno, su terreni diversi anche a poca distanza, che dà frutto a vini completamente diversi. Mentre torniamo verso la cantina cambiamo discorso, parliamo della zona dal punto di vista turistico e del mercato. Questa è un’area poco valorizzata, ma Alberto dice di aver letto su una rivista di settore che “nell’Ottocento Ghemme e Gattinara erano l’epicentro qualitativo dei vini piemontesi”. Poi sono successe molte cose, le due guerre, le leggi sulle denominazioni, le mode dei vitigni alloctoni, dei Merlot e dei Supertuscan. Mentre loro andavano avanti a Nebbiolo, “nel quale la gente non trovava il colore impenetrabile”. Poi un’inversione di tendenza: in Italia si sono accorti delle potenzialità dei vitigni autoctoni. Barolo e Barbaresco nelle Langhe, dove si beveva solo Dolcetto, hanno saputo prendere un treno che invece questa zona ha perso. Slow Wine e il Gambero Rosso gli hanno dato una bella mano. I turisti in zona sono sempre venuti, molti dall’estero: Europa, anche dall’Est, Belgio, Germania altalenante. “Quando i tedeschi avevano il Marco – spiega Alberto Arlunno – prendevano i vini più importanti, poi con la crisi hanno tirato un po’ i remi in barca, preferendo poche bottiglie di alta gamma e acquistandone molte di fascia media”. E poi molti svizzeri, qualche francese, giapponesi e norvegesi. Con la Cina un principio di business dieci anni fa, ma poi non ci sono stati sviluppi. La sorpresa maggiore è quella dei turisti provenienti dalla Norvegia, così com’è norvegese la proprietà di un’altra cantina della zona. Antichi Vigneti di Cantalupo dal 92 produce un vino che va alla grande in Norvegia, un rosato (ebbene sì) differente da quelli che forse abbiamo nel retro cranio. Un rosato di Nebbiolo che ha la struttura di un rosso. ”C’è gente che non vuole saperne di rosato e poi tra le varie cose lo assaggia in cantina e lo porta a casa”, commenta Alberto Arlunno.

LA CANTINA, LA DEGUSTAZIONE

Le pareti esterne della cantina sono un museo a cielo aperto, numerosi fonti storiche sono in bella mostra. Ghemme, ma anche i vigneti di Cantalupo hanno uno stretto legame con i monaci cluniacensi dell’Abbazia di Cluny. I monaci hanno saputo mantenere viva la viticultura anche in periodi difficili come il Medioevo, epoca di carestie, guerre, invasioni, calamità naturali. Nel 1600 erano proprio loro con le Colline Novaresi a fornire una buona parte del vino al Ducato Milanese che aveva mantenuto stretti legami con l’Abbazia di Cluny. Il vigneto di Cantalupo è intitolato proprio ad uno degli abati di Cluny più importanti, San Maiolo. E Ghemme fa parte dei siti cluniacensi di un grande itinerario culturale, al quale Alberto Arlunno ha dedicato addirittura un vino Colline Novaresi, l’Abate di Cluny. Alberto Arlunno è davvero un’enciclopedia vivente, un motore di ricerca sul qualche si può ricercare qualsiasi informazione. Un uomo di una cultura sopraffina in tante materie. Scienze, geografia, storia, geologia, ma anche arte. Arte, quella che si respira nella cantina che sembra un teatro, un anfiteatro fatto di gradoni che si sviluppano sulla collina, sui quali riposano botti di diverse dimensioni. Uno spettacolo che lascia senza fiato. Poi la chicca. Una porticina che sembra la cella di un monastero ci conduce in un corridoio sul quale affacciano altrettante piccole celle, dove possono riposare fino a 5000 bottiglie a regime. Ogni cella è un cru. Le bottiglie restano lì per almeno un anno. Tutte dormono su drappi di velluto rosso. Questo angolo della cantina rappresenta un infernot moderno. Dei vini di Antichi Vigneti di Cantalupo che abbiamo degustato non vogliamo parlare, vi basti sapere che è davvero imbarazzante decidere quali bottiglie portare a casa. Sarebbe troppo banale celebrare le qualità di ognuna, dalla base fino a quello che potremmo definire “top di gamma”. Di certo sono tutte produzioni che, pur mostrando grande carattere già ai nostri giorni, rendono merito alla grandezza del Nebbiolo come vitigno da “invecchiamento”. La vera sfida, infatti, sarà degustare anche tra 10 anni le bottiglie che oggi potreste assaggiare, guidati dal titolare di questa splendida realtà vitivinicola novarese. Andare a conoscere Alberto Arlunno e visitare gli Antichi Vigneti di Cantalupo vuol dire arricchirsi d’una bellissima esperienza. Nozioni, emozioni indelebili. E un amico in più.  Gli Antichi Vigneti di Cantalupo oltre che sui libri del mondo del vino dovrebbero essere riportati anche sulle mappe turistiche, sui luoghi assolutamente da visitare anche da non eno appassionati. Addirittura da chi si trova in zona perché attirato esclusivamente dal “Super Vulcano”. Anzi, diciamola tutta: il vero Super Vulcano della Valsesia è Alberto Arlunno. Un vulcano effusivo in continuo fermento. La sua cultura, le sue vaste conoscenze sono tutte lì nella camera magmatica della cantina Antichi Vigneti di Cantalupo. Pronte a risalire lungo il ‘camino’.

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