Chianti Gran Selezione, parla Mr. Piccini: “Deponiamo le armi, il nemico è all’estero”

Il patron del colosso toscano interviene in esclusiva a WineMag.it sulla questione che divide i Consorzi

CASOLE D’ELSA –Chianti contro Chianti Classico, sulla Gran Selezione? Deponiamo le armi, mettiamoci a sedere, rimaniamo ognuno con la propria dignità. E cerchiamo dei punti di incontro, perché il nemico è all’estero, non tra i vicini di casa”. Cammina serafico, Mario Piccini. Mani conserte dietro alla schiena. Tutt’attorno, gli operai completano i lavori utili all’inaugurazione del nuovo stabilimento produttivo di Casole D’Elsa, in provincia di Siena.

Un passo verso il futuro per il colosso da 16 milioni di bottiglie annue, destinati a diventare 26 nel giro di qualche vendemmia. Eppure, qualcosa turba il patron del Chianti arancione. Si siede su un divano, per chiarire.

“Io faccio parte di tutti e due i Consorzi – commenta Mario Piccini – per cui dovrei essere super partes. Ma devo dire una cosa: non sono amante degli eccessi. Quello che vorrei dire, sia al presidenti del Chianti sia a quello del Chianti Classico, è che comunque il territorio è uno. Per il consumatore il territorio è unico”.

“E vorrei allargare ancora di più il discorso, includendo l’Igt Toscana. Secondo il mio umile punto di vista – continua il numero uno di Piccini Wines – dovremmo trovare dei punti di incontro per sfruttare la forza di un territorio comune ad entrambe le Denominazioni”. O almeno questo è il messaggio che passa, fuori dai confini nazionali.

“Quando vado all’estero – sottolinea Mario Piccini – mi chiedono sempre di descrivere l’area del Chianti, che non è così conosciuta come pensiamo. Diamo per scontato che il consumatore medio sappia tutto, ma in realtà non sa nulla. Sapete come descrivo Chianti e Chianti Classico? Come un uovo sodo, tagliato a metà: la parte bianca è il Chianti e quella gialla è il Chianti Classico”.

Il problema non è vendere uno o l’altro. Il problema è il vino argentino, è il vino cileno, è il vino australiano, è il vino californiano. Noi dobbiamo conquistare quei mercati e quelle posizioni, non cercare di togliere qualcosa ai nostri amici, che poi sono i nostri vicini di casa”.

Per Mario Piccini, le rivalità tra i due Consorzi – e i relativi produttori – sono “da superare”. “Dobbiamo andare insieme a conquistare questi mercati – suggerisce – ma possiamo riuscirci solo se siamo uniti e se ci presentiamo con una voce sola, spiegando con semplicità le diversità di un territorio, valorizzandole parlando più di Toscana che di Chianti o Chianti Classico”.

“Facciamo fronte comune – aggiunge il patron del colosso toscano – e confrontiamoci con i competitor internazionali che stanno facendo una concorrenza importante e che rischiano, se non ci muoviamo assieme, di guadagnare ulteriore terreno in futuro, forti delle nostre divisioni”.

Mario Piccini si esprime anche sull’altro motivo di divisione: la modifica al disciplinare del Chianti che consente di aumentare il residuo zuccherino del noto vino rosso: “I gusti, nel mondo, sono cambiati. Il Chianti è stato, per anni, la più grande Denominazione al mondo, assieme a Bordeaux. Prima dell’entrata in vigore della Docg, il 15% del Chianti non era Chianti. C’era un taglio migliorativo che veniva da tutt’altre parti”.

“E quindi – continua Mario Piccini – il gusto, dall’introduzione della Docg, è diventato più severo e più secco, mentre il palato, nel mondo, è cambiato. Non vuol dire che la gente ha iniziato a bere dolce, ma che c’è una percezione diversa del dolce. Io sono un sostenitore delle trasformazioni, nel segno della contemporaneità. E si può essere contemporanei senza tradire la tradizione. Le due cose possono convivere benissimo”.

Secondo Piccini, la partita si gioca a tavola. “Per via dell’inasprimento delle leggi relative al consumo di alcolici –  evidenzia – il momento più difficile per bere vino è durante i pasti, al giorno d’oggi. Devi guidare? Non puoi bere”.

“Se l’obbiettivo è la crescita dei consumi di vino, pur senza eccessi, dobbiamo produrre un vino che possa essere consumato anche fuori dal pasto. Sono stufo di sentire che il vino italiano è buono solo pasteggiando: il vino italiano è buono come tutti gli altri, anche lontano lontano dai pasti”.

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