Perché non diciamo (semplicemente) che il vino deve rispettare l’annata?

altro che stelle e stelline alle vendemmie. iniziamo a premiare i vignaioli che puntano tutto sulla tipicità


EDITORIALE –
In questi giorni di Anteprime di Toscana ho avuto modo di assaggiare più di 700 vini, tra prelievi di botte ed etichette che stanno per essere messe in commercio.

A mente fredda, dopo tanti commenti sentiti da direttori, presidenti, tecnici dei Consorzi e addirittura politici che c’azzeccano col vino come Belen al telegiornale (categoria nella quale non rientra ovviamente Studio Aperto) mi viene spontanea una domanda: perché facciamo tutti così fatica ad ammettere che il vino deve semplicemente rispettare l’annata?

Ho assaggiato con “piacere” vini quasi irrimediabilmente compromessi da percezioni “verdi”, dovute alle difficoltà di maturazione dell’uva, per via delle avversità climatiche. E’ il caso della Vernaccia, in un’annata difficile come la 2018.

D’altro canto mi sono stupito (in negativo) di trovare frutti esasperati in annate fresche e regolari per altre Denominazioni del vino toscano, segno di un lavoro in vigna e in cantina funzionale solo al mercato.

Credo che nel dare le “stelle” alle vendemmie, le istituzioni del vino debbano privilegiare il confronto con quei produttori che guardano al mercato domestico come priorità, piuttosto che quello con le cantine che interpretano l’export come “costruzione” di vini adatti al “gusto internazionale”.

Il rischio, altrimenti, è che molte Denominazioni faccianla fine dell’Amarone. Già, uno dei vini bandiera del Made in Italy che, forse per la sostanziale convivenza-complesso di inferiorità regionale col (fenomeno) Prosecco, sembra aver perso la propria identità, intesa come equilibrio organolettico tra “polposità” del frutto e freschezza.

Dell’Amarone 2014 e 2015 si è detto e scritto di tutto. Tranne che tanti produttori paiono ormai brancolare nel buio con un lumino in mano, a caccia di consensi della critica nazionale e – soprattutto – internazionale. Passatemi la provocazione: oggi, sul mercato, ci sono dei Primitivo di Manduria che sembrano più Amarone di certi Amarone “veri”.

LA SUPERCAZZOLA DELLA “FINEZZA”
E’ così – nel nome della “finezza” e della tanto decantata “eleganza” – che tanti Amaroni sono diventati copie dei Ripasso. Che tanti Sagrantino di Montefalco assomigliano più ai Rosso di Montefalco. Che il divario tra il Nobile di Montepulciano e il Rosso di Montepulciano si sta sempre più assottigliando. Ma a nome di chi? Delle stelle?

E allora, quest’anno, ho trovato una gran consolazione nel caro, buon, vecchio Piemonte. All’Anteprima Grandi Langhe di Alba, l’inversione di tendenza (in questo caso positiva) è sembrata palese. I Nebbioli sono tornati ad essere Nebbioli, e i Barolo ad essere Barolo e basta. Non più l’uno l’immagine sbiadita dell’altro.

Una regione, il Piemonte, che sta tra l’altro tornando a puntare in maniera straordinaria su vitigni come il Dolcetto d’Alba e il Grignolino, oltre alla Freisa. Segno che mentre tanti parlano degli autoctoni, qualcuno li valorizza per davvero.

E allora mettiamoci tutti d’accordo e facciamo un favore al vino italiano: torniamo a parlare di stelle ai vignaioli che puntano tutto sulla tipicità, al posto di lodare stelle e stelline di chi punta solamente sul “mercato”, dimenticandosi da dove viene.

Facciamolo per noi. Per non gettare a mare (scegliete voi quale, dalla Liguria alla Sicilia) tutto il patrimonio di viticoltura italiana, intesa anche come stile e filosofia produttiva volta alla valorizzazione dei nostri vitigni e terroir. Roba che pure i francesi si sognano, ma che saprebbero certamente vendere meglio di noi. Cin, cin.

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