L'Italia del calcio, incoerente come tutte le altre Italie. Quella del vino compresa. La Nazionale, Andrea Pirlo, Fonbet, la Russia e il vino

L’Italia del calcio, incoerente come tutte le altre Italie. Quella del vino compresa

Il calcio italiano, la Nazionale, Andrea Pirlo, Fonbet e la Russia. Sono bastati pochi giorni perché la promessa di rifondazione della Figc si trasformasse nell’ennesima rappresentazione dell’Italia che decide prima e controlla dopo. Pirlo era ormai vicino alla panchina azzurra quando il suo contratto da testimonial del bookmaker russo ha assunto improvvisamente il peso di una questione politica, istituzionale e reputazionale.

La candidatura è così naufragata. Paolo Maldini e Leonardo, insediati da appena sedici giorni ai vertici tecnici della Nazionale, hanno lasciato i propri incarichi. Pirlo ha rivendicato la natura esclusivamente commerciale del rapporto con Fonbet. Nel frattempo, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha inserito alcuni domini della società russa tra quelli non autorizzati alla raccolta di gioco in Italia. La Figc ha quindi richiamato Roberto Mancini come commissario tecnico. E affidato a Claudio Ranieri la direzione tecnica.

La scelta di escludere Pirlo può essere ritenuta opportuna. Il commissario tecnico della Nazionale ricopre un ruolo pubblico e rappresentativo che va oltre la preparazione di una squadra. Proprio per questo, però, il rapporto con Fonbet avrebbe dovuto essere valutato prima che il nome dell’ex centrocampista diventasse la scelta concreta di Maldini e Leonardo.

Non servivano un’indagine internazionale o documenti riservati. Pirlo era global ambassador della società dall’ottobre 2025 e aveva partecipato a un evento organizzato a Mosca. Informazioni pubbliche, facilmente reperibili. La nuova Figc, nata con l’ambizione di rifondare il calcio italiano dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, non le aveva evidentemente considerate con sufficiente attenzione.

L’ETICA SCOPERTA ALL’ULTIMO MINUTO

La vicenda racconta un Paese nel quale l’etica viene utilizzata raramente come criterio preventivo. Compare quando esplode il caso, interviene la politica, cresce il rumore mediatico e qualcuno deve assumersi la responsabilità di fermare una decisione già presa.

Prima si costruisce l’operazione. Poi si controllano contratti, sponsor, compatibilità e ricadute istituzionali. Infine, quando il problema diventa ingestibile, si invocano i valori della Nazionale, la responsabilità pubblica e la credibilità internazionale.

La rapidità con cui il calcio italiano ha trasformato Pirlo da possibile salvatore a figura incompatibile con la panchina azzurra offre la misura della sua fragilità gestionale. Mancini e Ranieri hanno competenza, esperienza e autorevolezza. Il loro ritorno, tuttavia, assume anche il significato di una ritirata verso ciò che il sistema già conosce.

Una soluzione rassicurante dopo una rifondazione durata poco più di due settimane. È lo stesso meccanismo che attraversa molte altre Italie. Quella industriale, quella politica, quella culturale. E quella del vino.

IL CALCIO E IL VINO VIVONO DI ECCEZIONI

Calcio e vino condividono una straordinaria capacità di produrre talento individuale e una cronica difficoltà nel costruire sistemi coerenti. Entrambi celebrano il territorio, l’identità e la tradizione. Entrambi si affidano spesso a personalità carismatiche per compensare l’assenza di una strategia comune.

Nel calcio si cambia allenatore sperando che un uomo risolva problemi nati nei vivai, negli impianti, nei bilanci e nella governance. Nel vino si modifica un disciplinare, si crea una nuova tipologia o si organizza una campagna promozionale, evitando di affrontare la frammentazione dell’offerta, l’accumulo delle giacenze, la debolezza di numerose denominazioni. E la perdita di consumatori.

Il calcio reclama spazio per i giovani italiani, mentre i club continuano a considerarli spesso una risorsa economica prima ancora che tecnica. Il vino parla di ricambio generazionale, ma molte strutture consortili, associative e promozionali restano impermeabili a voci nuove, competenze indipendenti e reale contraddittorio.

Le società calcistiche chiedono sostenibilità finanziaria e, contemporaneamente, inseguono operazioni incompatibili con i propri conti. Una parte del mondo del vino domanda interventi pubblici contro la crisi, senza accettare che il sostegno economico comporti trasparenza, misurazione dei risultati e responsabilità nelle scelte produttive.

In entrambi i settori si chiede allo Stato di intervenire e, subito dopo, si denuncia l’ingerenza della politica. La politica è utile quando finanzia, proroga, protegge o concede un’eccezione. Diventa intollerabile quando pretende di verificare come siano stati spesi i fondi o quali interessi abbiano guidato una decisione.

DUE PESI ANCHE DAVANTI ALLA RUSSIA

Il parallelismo diventa ancora più evidente osservando il rapporto con la Russia. Il legame commerciale di Pirlo con Fonbet è stato considerato incompatibile con la guida della Nazionale. Nel mondo del vino, invece, il ritorno di giudici e produttori russi al Concours Mondial de Bruxelles 2026 in Armenia non ha generato in Italia una mobilitazione paragonabile.

Al concorso sono stati premiati anche vini provenienti da territori ucraini occupati. La classificazione della Crimea come entità distinta dall’Ucraina ha provocato proteste formali e interrogazioni politiche a Kiev. La cantina ucraina Big Wines ha rinunciato alle medaglie ottenute, denunciando il comportamento degli organizzatori.

Il settore vinicolo italiano, sempre pronto a rivendicare il valore politico e culturale del territorio quando si discute di denominazioni, confini produttivi e indicazioni geografiche, ha reagito con ben altra prudenza: quella del silenzio, generalizzato. Eppure, proprio il vino dovrebbe comprendere meglio di altri quanto sia grave modificare l’identità territoriale di un prodotto proveniente da una zona occupata.

Il territorio non può essere sacro soltanto quando compare su una fascetta Docg. Non può diventare una semplice coordinata geografica quando riconoscerne la sovranità crea problemi commerciali, diplomatici o organizzativi.

La contraddizione risulta ancora più evidente considerando che diverse edizioni italiane del Concours Mondial de Bruxelles sono state sostenute con oltre un milione di euro di risorse pubbliche. Il vino italiano ha dunque contribuito alla crescita e alla legittimazione di quel sistema concorsuale. Di fronte alla vicenda armena, tuttavia, istituzioni e organizzazioni di settore hanno preferito in larga parte il silenzio.

LA MORALE A CONVENIENZA

Pirlo è diventato un problema nazionale perché avrebbe dovuto rappresentare l’Italia. Un produttore, un giudice o un concorso enologico, invece, sembrano poter essere collocati in una zona più comoda, nella quale commercio, sport e cultura vengono dichiarati estranei alla politica.

È una separazione che funziona soltanto quando conviene. Accettare denaro, firmare un contratto, partecipare a una manifestazione o attribuire un’origine geografica sono atti che producono conseguenze. La neutralità non nasce dal semplice rifiuto di riconoscerle.

Anche il vino italiano utilizza continuamente categorie morali. Parla di sostenibilità, tutela del paesaggio, responsabilità sociale, consumo consapevole, lavoro etico e difesa delle comunità rurali. Valori reali, indispensabili. Perdono però credibilità quando vengono applicati in modo selettivo o piegati alle esigenze del momento.

Si invoca la qualità, salvo tollerare produzioni che vivono quasi esclusivamente di prezzo. Si difende l’identità, salvo inseguire stili internazionali ritenuti più facili da vendere. Si chiede una comunicazione responsabile sul vino, salvo trasformare qualsiasi critica in un attacco al comparto, foraggiando leccalulo senza arte né parte.

Ogni regola dispone della propria deroga. Ogni principio incontra un interesse superiore. Ogni responsabilità può essere trasferita a un altro organismo. A un altro mandato. A un altro presidente.

IL PASSATO COME RIFUGIO

Dopo il caos Pirlo, il calcio italiano ha scelto Mancini e Ranieri. Due figure rispettate, chiamate a rimettere ordine in una struttura che avrebbe dovuto essere appena rifondata. Il rischio consiste nel confondere la qualità delle persone con la solidità del progetto. Anche il vino ricorre spesso ai nomi, ai territori e alle formule del passato per nascondere l’assenza di una visione sul futuro.

Calcio e vino continuano a raccontarsi come eccellenze naturali del Paese. Lo sono, ma il talento non garantisce automaticamente organizzazione, credibilità e risultati. Quattro campionati del mondo non hanno impedito alla Nazionale di mancare tre edizioni consecutive. Secoli di storia vitivinicola non proteggono il vino italiano dalla contrazione dei consumi, dalla perdita di valore e dall’incapacità di presentarsi unitariamente sui mercati.

La coerenza richiede rinunce. Impone di controllare un contratto prima di annunciare una nomina. Di contestare una violazione territoriale anche quando riguarda un partner commerciale. Di ridurre la produzione quando manca la domanda. Di misurare l’efficacia del denaro pubblico. Di applicare agli amici gli stessi criteri utilizzati contro gli avversari.

L’Italia preferisce spesso una coerenza meno impegnativa: quella da esibire quando il costo della decisione ricade su qualcun altro. Nel calcio è toccato a Pirlo, Maldini e Leonardo. Nel vino, per ora, il conto lo hanno presentato gli ucraini.

Le nostre Italie restano così molteplici, litigiose e convinte di essere profondamente diverse. Poi arriva una crisi. E reagiscono tutte allo stesso modo: scoprono il problema in ritardo. Cercano un colpevole. E richiamano qualcuno dal passato. Per ricominciare da capo.

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