Fa più paura la crisi del vino o chi la deve risolvere editoriale davide bortone winemag

Fa più paura la crisi del vino o chi la deve risolvere?

Crisi del vino italiano, giacenze record, export in frenata, consumi in calo, fondi promozione sotto pressione, declassamenti e ricambio generazionale: le parole chiave degli ultimi mesi sono tutte qui. Ma forse manca quella più scomoda: classe dirigente. La domanda non è più soltanto quanto faccia paura la crisi del vino. È se faccia più paura chi dovrebbe risolverla.

Il vino italiano ha circa 42 milioni di ettolitri tra vini e mosti fermi in cantina. È il livello più alto dal 2022. Ma allora il dato era figlio di una vendemmia abbondante. Oggi arriva dopo tre campagne produttive più contenute: segno che non si sta solo producendo troppo. Si sta vendendo poco.

Numeri che non descrivono più una difficoltà congiunturale, ma un sistema che si è riempito di prodotto, mentre il mercato cambiava direzione.

IL VINO CHE RESTA FERMO

La grande distribuzione italiana, tra gennaio e maggio 2026, ha perso il 2% negli acquisti di vino. I vini fermi fanno peggio. L’export, solo nel primo trimestre, ha segnato -4% a volume e -8,3% a valore. Gli Stati Uniti, primo mercato del vino italiano, non sono più il salvagente automatico di un settore abituato a pensare che, comunque vada, qualcuno all’estero berrà ciò che in Italia non si riesce più a vendere.

La questione non è solo quantitativa. È culturale. Una bottiglia su cinque viene declassata. Nel 2025, secondo Uiv, 6,6 milioni di ettolitri di vini Dop e Igp hanno cambiato categoria. Di questi, 4,9 milioni sono finiti verso il vino comune, con un valore eroso stimato in oltre 516 milioni di euro. Il sistema continua a raccontarsi come piramide della qualità, ma quando il mercato si inceppa scende rapidamente di livello.

Il declassamento non è uno scandalo in sé: può essere uno strumento utile. Diventa però un segnale quando assume queste dimensioni. Indica che troppe denominazioni hanno costruito valore teorico più che reale. E che spesso si è confusa la tutela del nome con la costruzione della domanda.

LA CRISI NON È UN TEMPORALE

C’è ancora chi parla della crisi del vino come di un fenomeno passeggero. Ma i dati raccontano altro. L’Oiv stima per il 2025 consumi mondiali a 208 milioni di ettolitri, in calo del 2,7% sul 2024. La produzione mondiale è risalita appena a 227 milioni di ettolitri, restando vicina ai minimi storici.

Non siamo davanti a una fase temporanea, ma a un cambio strutturale. Si beve meno e in modo diverso. Il vino non è più un automatismo sociale: non basta esserci, né avere una Doc o una Docg per garantirsi un mercato.

Per affrontare una crisi che riguarda domanda, linguaggi e generazioni, il settore continua spesso ad affidarsi a una classe dirigente cresciuta in un’altra epoca: quella in cui il problema era produrre abbastanza, non vendere meglio.

LA TEMPESTA PERFETTA DELLA PROMOZIONE

A rendere il quadro più fragile c’è un elemento meno visibile ma decisivo: i fondi per la promozione. Il vino italiano ha costruito parte della propria presenza internazionale grazie agli strumenti dell’Ocm vino. Per la campagna 2026/2027 il Ministero ha stanziato oltre 98 milioni di euro, confermando il peso strategico della misura.

Ma mentre giacenze crescono ed export rallenta, dall’Europa arriva un segnale opposto: nel prossimo bilancio pluriennale la Pac rischia di perdere centralità e risorse. Non è ancora una decisione definitiva, ma il messaggio è chiaro. Il settore entra nella fase più complessa proprio mentre uno degli strumenti principali potrebbe ridursi.

È una combinazione critica: cantine piene, mercati più selettivi, consumatori più distanti e promozione pubblica sotto pressione. Eppure il sistema continua spesso a trattare questi fondi come una rendita, più che come una leva da valutare e ottimizzare.

Per anni si è parlato di internazionalizzazione come se bastasse finanziare eventi, missioni e masterclass. Se le risorse diminuiranno, emergerà una distinzione netta: chi ha imparato a vendere continuerà a farlo; chi ha imparato solo a gestire fondi resterà indietro.

IL PAESE DEI TAVOLI

L’Italia del vino ama i tavoli: tecnici, istituzionali, di filiera. Il tavolo è spesso la risposta al cambiamento. Nel senso che ci si siede. Il problema è lo sguardo. Può un settore che deve parlare a nuovi consumatori essere guidato da chi quei mondi li osserva da lontano?

Secondo Confagricoltura Lombardia, l’età media degli agricoltori è di 60 anni in Italia, contro 57 nell’Unione europea. Il dato riguarda l’agricoltura nel suo complesso, ma fotografa anche il contesto della viticoltura.

Se chi decide considera la Gen Z disinteressata per mancanza di educazione, il no-low una moda o i nuovi linguaggi irrilevanti, allora la crisi non è più esterna: è interna al sistema.

PRODURRE MENO NON BASTA

Il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha affermato che anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile. È un passaggio importante: il vino italiano non può continuare a misurarsi solo in volumi.

Ma produrre meno non basta. Senza un cambio di mentalità si avrà solo meno invenduto. Serve definire cosa vuole essere il vino italiano nei prossimi vent’anni. Prodotto agricolo, bene culturale, esperienza turistica, simbolo del made in Italy: forse tutto insieme, ma non nello stesso modo per tutti. Questa è la scelta che spesso si evita, perché implica selezione e rinunce.

FUORI DAL MONDO

Molte reazioni alla crisi mostrano un sistema autoreferenziale. Ci si lamenta dei giovani, ma si comunica come se il pubblico fosse immutato. Ci si lamenta della Gdo, ma le si è consegnato prodotto senza identità. Ci si lamenta dei dazi, ma si è costruita una forte dipendenza da pochi mercati.

Nel frattempo il consumatore cambia. Compra meno, sceglie di più o si orienta altrove. Il vino continua a interrogarsi sul proprio prestigio, mentre il pubblico valuta se quella bottiglia abbia ancora senso.

LA CRISI COME ALIBI

Così, la crisi, può diventare un alibi. Per chiedere aiuti senza cambiare. Difendere fondi come diritti acquisiti. Proteggere modelli superati. Invece dovrebbe essere un’occasione per fare pulizia: nei numeri, nelle strategie, nei linguaggi e nella governance.

Il settore non ha bisogno di “giovani simbolici”, ma di competenze reali nei luoghi decisionali. E di una classe dirigente consapevole che i fondi pubblici non sostituiscono il mercato: possono supportarlo, non crearlo.

CHI FA PIÙ PAURA

Fa paura una cantina piena? Sì. Fa paura l’export che rallenta? Sì. Fa paura il declassamento diffuso? Moltissimo. Fa paura anche l’ipotesi di una riduzione dei fondi promozionali. Ma fa ancora più paura un sistema che pensa di rispondere con strumenti insufficienti e senza cambiare approccio.

La crisi del vino è seria, ma affrontabile. Richiede meno retorica, più dati, più selezione e più capacità di adattamento. Soprattutto, richiede il coraggio di rinnovare chi decide. Il vino italiano può superare una fase difficile. Più complicato sarà farlo senza un cambiamento reale nella classe dirigente, proprio mentre anche il sostegno pubblico rischia di ridursi, insieme al cordone ombelicale tra politica e produzione, che ha alimentato crisi territoriali, ancor più che risolverle. Non tutti i mali vengono per nuocere.

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