IN BREVE
- Il comparto vitivinicolo piemontese affronta una crisi grave, simile a quelle del 2008 e del 2020.
- Nonostante una produzione in calo, le giacenze di vino sono aumentate, con un +6% a livello nazionale.
- I prezzi delle uve registrano crolli significativi, fino al -30% per alcuni vitigni, colpendo la redditività delle aziende.
- I produttori segnalano fattori come la contrazione dei consumi e difficoltà nel mercato estero, aggravati da eventi climatici estremi.
- Per alleviare la crisi, i consorzi chiedono interventi urgenti, come riduzioni dell’offerta e promozione territoriale.
Il comparto vitivinicolo piemontese attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi decenni. Una crisi «strutturale e di mercato», paragonabile – per gravità – solo al 2008 o al 2020 del Covid-19. È quanto emerso oggi in audizione davanti alla Terza Commissione del Consiglio regionale del Piemonte, presieduta da Claudio Sacchetto, dove sono stati ascoltati i rappresentanti delle organizzazioni dei produttori vitivinicoli. Il quadro delineato dai Consorzi del Piemonte del vino è netto: calo generalizzato degli scambi, sia in quantità sia in valore, in un contesto che vede il Piemonte soffrire più della media nazionale.
PRODUZIONE IN CALO, MA CANTINE PIENE
A livello italiano, la produzione 2025 si è mantenuta sostanzialmente in linea con l’anno precedente. Il Piemonte, invece, registra una contrazione del 4% rispetto al 2024 e alla media degli ultimi cinque anni. Un dato che, di per sé, potrebbe suggerire un riequilibrio dell’offerta. Non è così.
Nonostante la minore produzione, le giacenze sono aumentate. A livello nazionale si superano i 61 milioni di ettolitri, con un +6% rispetto all’anno precedente. Un segnale che conferma lo squilibrio tra produzione e domanda.
CROLLANO I PREZZI DELLE UVE
Il dato più allarmante riguarda i prezzi delle uve, in caduta libera:
- Barbaresco: -27% sul prezzo al chilogrammo rispetto al 2024
- Nebbiolo d’Alba: -22%
- Langhe Nebbiolo: -28%
- Barbera d’Asti: fino a -30% per le uve diradate e selezionate
- Arneis e Dolcetto: riduzioni comprese tra il -14% e il -21%
Una dinamica che colpisce denominazioni simbolo del territorio e che mette sotto pressione la redditività delle aziende, in particolare quelle più esposte sul mercato delle uve.
LE CAUSE: CONSUMI, EXPORT, CLIMA E REPUTAZIONE
Tra i fattori indicati dai produttori:
- Contrazione dei consumi, con un calo progressivo dei volumi negli ultimi cinque anni
- Difficoltà sull’export, con una riduzione stimata del 7% verso i Paesi extra-UE a fine 2025
- L’effetto deterrente della sola minaccia di dazi negli Stati Uniti, mai entrati in vigore ma capaci di rallentare gli scambi
- Eventi climatici estremi, sempre più frequenti e impattanti sui vigneti
- La campagna dell’Ocse che ha associato il vino al rischio cancerogeno, senza analoga enfasi su altri alcolici come gin, whisky o birra, elemento che – secondo i produttori – evidenzierebbe uno scarso peso politico di Francia e Italia nei tavoli internazionali
Il risultato è un sistema sotto pressione su più fronti: domanda debole, mercati esteri incerti, costi in crescita e reputazione messa in discussione.
LE RICHIESTE DEI CONSORZI: DECONGESTIONARE IL MERCATO
Per salvaguardare il reddito delle migliaia di famiglie coinvolte, i consorzi chiedono interventi immediati per “decongestionare” il mercato. Tra le proposte:
- Azioni di breve periodo per ridurre l’offerta eccedentaria
- Maggiore promozione territoriale
- Diversificazione dei canali commerciali per le denominazioni più in difficoltà, in particolare Barbera, Dolcetto, Cortese e Moscato
In Commissione sono intervenuti con domande i consiglieri Davide Zappalà (Fdi), Annalisa Beccaria (Fi), Fabio Carosso, Marco Protopapa e Gianna Gancia (Lega), Fabio Isnardi (Pd), Alice Ravinale (Avs) e Daniele Sobrero (Lista Cirio), segno di una preoccupazione trasversale.
UNA CRISI OLTRE IL PIEMONTE
La situazione piemontese rappresenta un campanello d’allarme per l’intero sistema vino italiano. Il combinato disposto di calo dei consumi, tensioni geopolitiche, pressione normativa e cambiamenti climatici sta mettendo alla prova un modello che per anni ha retto su export e valore aggiunto delle denominazioni.
Oggi la sfida non è solo commerciale. È strutturale. E riguarda la sostenibilità economica di un comparto che, in Piemonte come altrove, è parte integrante del tessuto sociale e produttivo del territorio.






