A tre anni dall’editoriale in cui scrivevo che il futuro dello Stelvin non è in mano ai vignaioli, ma ai grandi gruppi del vino e alla Gdo, Gli Svitati sembrano essere ancora fermi allo stesso punto. Con un merito, che va riconosciuto: continuano a tenere acceso il tema del tappo a vite in Italia. Ma anche con un limite evidente: continuano a parlarne soprattutto al pubblico sbagliato.
Un limite che sarà forse superato – almeno in parte – dal film Gli Svitati, in cantiere con la regia di Roberto Campagna, documentarista con esperienze in Rai e Mediaset. Un documentario che racconterà le vite dei fondatori del movimento e la loro battaglia per far mettere all’asta un vino tappato a vite.
Intanto, l’ultimo evento, andato in scena oggi a Duomo 18, a Milano, conferma il cortocircuito. Una location centrale, elegante, di rappresentanza. Un pubblico composto da professionisti del settore: sommelier, personale di sala, enotecari, addetti ai lavori. Tutte figure utili, certo. Ma non decisive, se l’obiettivo dichiarato o sottinteso è “globalizzare” il tappo a vite nel mondo del vino italiano.
TAPPO A VITE E GLI SVITATI: IL PROBLEMA NON È PIÙ TECNICO
Il punto non è più spiegare a un sommelier che un vino tappato a vite può evolvere bene. Non è più convincere un enotecario che lo Stelvin non è sinonimo di vino economico. Non è più portare in degustazione bottiglie importanti, servite alla cieca, per dimostrare che la chiusura a vite conserva freschezza, precisione e integrità aromatica.
Quella battaglia, almeno tra chi vuole davvero ascoltare, è già stata combattuta. E in buona parte vinta. Il tappo a vite non ha più bisogno di essere difeso davanti a una platea di professionisti curiosi, preparati o già predisposti al confronto. Ha bisogno di uscire dalla nicchia. Ha bisogno di diventare comprensibile per chi compra una bottiglia al supermercato, la apre a casa e vuole trovarla in perfette condizioni.
DUOMO 18 A MILANO E IL RISCHIO DI UN MESSAGGIO ELITARIO
La scelta di Duomo 18 è simbolica, forse più di quanto Gli Svitati stessi immaginino. Se si vuole parlare alla filiera alta, alla ristorazione, alla sala, all’enoteca specializzata, una cornice di questo tipo funziona. Se invece si vuole cambiare la percezione generale del tappo a vite in Italia, il segnale è ambiguo.
Il tappo a vite rischia così di essere raccontato come un tema da club. Da salotto professionale. Da degustazione per pochi. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere. Perché la vera forza dello Stelvin non sta nella sua capacità di apparire moderno davanti a una platea selezionata.
Sta nella sua funzione democratica: garantire al consumatore una bottiglia integra, senza difetti da tappo, più facile da aprire, più sicura nella conservazione, più coerente tra cantina e tavola.
IL TAPPO A VITE NON È UNA SCELTA A BASSO COSTO
L’equivoco principale resta culturale. In Italia il tappo a vite è ancora troppo spesso associato al vino da poco. È percepito come scorciatoia, risparmio, semplificazione. Ma la realtà è opposta. Il tappo a vite non è la soluzione povera del vino. È una delle migliori soluzioni disponibili per chiudere una bottiglia e riaprirla nel momento del consumo, a casa come al ristorante, trovando il vino nelle condizioni organolettiche volute dal produttore.
Per questo il racconto non può limitarsi alla prova tecnica tra addetti ai lavori. Deve diventare racconto industriale, distributivo, commerciale. Deve spiegare che dietro una chiusura a vite ben gestita ci sono investimenti, macchinari, linee di imbottigliamento, controlli, scelte enologiche. Non il desiderio di risparmiare qualche centesimo sul packaging.
SOSTENIBILITÀ, SOLFOROSA RIDOTTA E QUALITÀ DEL VINO
C’è poi un altro tema che meriterebbe un pubblico più ampio: la sostenibilità. Il tappo a vite può contribuire a ridurre sprechi. Può aiutare a garantire maggiore uniformità tra le bottiglie. Può favorire scelte enologiche più precise, anche sul fronte della solforosa: i solfiti possono essere ridotti, grazie a una gestione più controllata dell’ossigeno.
Sono argomenti che non riguardano solo il sommelier o l’enotecario. Riguardano la “gente comune”. Riguardano chi paga una bottiglia, la porta a tavola, la condivide e pretende che il vino sia buono, pulito, coerente. Riguardano anche chi oggi guarda al vino con più attenzione ambientale e meno deferenza verso i riti del passato.
SERVONO BUYER GDO E GRANDI GRUPPI DEL VINO A COLLOQUIO CON GLI SVITATI
Per questo, se Gli Svitati vogliono davvero incidere, devono cambiare interlocutori. Ai loro tavoli non possono sedere solo produttori, comunicatori, sommelier e ristoratori. Devono sedere buyer della grande distribuzione, responsabili acquisti delle insegne, cooperative, consorzi, grandi gruppi produttivi, imbottigliatori, distributori nazionali.
Sono loro, non una platea selezionata di professionisti, a poter spostare il tappo a vite dallo scaffale mentale del “vino strano” a quello del “vino affidabile”. Sono loro a poter spiegare al consumatore che una bottiglia tappata a vite non vale meno. Può valere di più, proprio perché offre una garanzia concreta nel momento più importante: quello dell’apertura.
IL FUTURO DELLO STELVIN PASSA DAL VINO AL SUPERMERCATO
Lo scrivevo tre anni fa e lo penso ancora oggi: il canale decisivo non è l’Horeca, ma la Gdo. Il ristorante può nobilitare il tappo a vite. L’enoteca può legittimarlo. Ma il supermercato può normalizzarlo. E senza normalizzazione, in Italia, lo Stelvin resterà una bandiera per pochi produttori illuminati, non una scelta diffusa del sistema vino.
Il nodo è tutto qui. Gli Svitati possono continuare a costruire eventi eleganti e degustazioni convincenti. Possono continuare a dimostrare che i loro vini stanno bene sotto tappo a vite. Ma se il messaggio resta dentro stanze frequentate da chi il vino lo racconta per mestiere, la rivoluzione non arriva al consumatore.
GLI SVITATI devono conquistare la fiducia quotidiana dei consumatori
Il tappo a vite non ha bisogno di essere “globalizzato” come manifesto identitario di un gruppo di produttori. Ha bisogno di essere spiegato come strumento semplice, efficace, moderno e utile. Non deve diventare il simbolo elitario di chi si sente più avanti degli altri. Deve diventare una risposta pratica a un problema reale: bere un vino nelle condizioni migliori possibili.
Per riuscirci, Gli Svitati devono smettere di parlare soprattutto a chi è già dentro il mondo del vino. Devono andare dove si decide il consumo. Dove si costruiscono gli assortimenti. Dove si formano le abitudini. Dove una bottiglia tappata a vite può passare dall’essere sospetta all’essere scelta senza esitazioni.
Finché il tappo a vite sarà raccontato in luoghi esclusivi, davanti a pubblici selezionati, resterà prigioniero della sua stessa narrazione. Il futuro dello Stelvin, invece, è molto meno elegante e molto più concreto. Passa dagli scaffali, dai buyer, dai grandi numeri, dalla fiducia quotidiana dei consumatori. Che poi escono, ordinano al ristorante, senza mandare indietro la bottiglia tappata a vite. Perché il tappo a vite non serve a spendere meno. Serve a bere meglio.






