IN BREVE
- L’evento «Irregolanti» esplora l’irregolarità come strumento di cambiamento nelle imprese e nella sostenibilità.
- Rappresenta un’invito a mettere in discussione pratiche consolidate e a seguire traiettorie non convenzionali.
- Tra i partecipanti ci sono aziende come Vastè Impresa Sociale e Macelleria Masino, che scelgono percorsi autonomi.
- Il dibattito si concentra su cosa ha senso nel contesto attuale, superando le logiche economiche e i modelli di mercato.
- Ascheri sottolinea che essere «irregolanti» significa continuamente mettere in discussione la normalità e la valutazione basata esclusivamente sul prezzo.
A Bra nasce «irregolanti», l’evento ideato dall’imprenditore vitivinicolo Matteo Ascheri di Cantine Ascheri per riflettere sull’irregolarità come strumento di cambiamento. La prima edizione si è svolta il 7 settembre e ha preso avvio dal mondo del vino per allargare il confronto ai modelli di impresa, alla sostenibilità, all’inclusione e alla comunicazione.
L’obiettivo è mettere in discussione pratiche considerate corrette solo perché consolidate. «Irregolanti» invita invece a interrogarsi su ciò che accade quando il contesto cambia e continuare a fare ciò che si è sempre fatto rischia di diventare la scelta meno razionale.
L’idea prende spunto da figure e realtà che hanno scelto traiettorie non convenzionali. Dal birraio belga Jean-Pierre Van Roy, che continuò a produrre la Lambic Cantillon preservandone l’acidità anche quando il mercato chiedeva altro, a Dick Fosbury, capace di cambiare per sempre la tecnica del salto in alto. Da Freak Antoni e dagli Skiantos, che trasformarono l’assurdo in linguaggio musicale, a Simone de Beauvoir, che mise in discussione l’idea delle differenze tra uomini e donne come semplice dato naturale.
LA BALENA SOPRA LE VIGNE
Il simbolo scelto per rappresentare «irregolanti» è una grande balena sospesa sopra le vigne. Un’immagine pensata per rappresentare un cambio di prospettiva e accompagnare una riflessione che parte dalla viticoltura, ma riguarda il modo in cui aziende, filiere e territori scelgono di lavorare e stare sul mercato. Tra i temi affrontati ci sono l’indipendenza delle imprese, la responsabilità dell’impatto ambientale e sociale, l’inclusione e una comunicazione più trasparente.
Il riferimento è anche a esperienze come quella di Adriano Olivetti, che con la sua fabbrica a misura d’uomo mise in discussione il modello industriale dominante, sostenendo costi finanziari, politici e personali. Un altro esempio citato è quello della casa cosmetica Avène con «TheRealestAd», una campagna che mostra il prodotto senza filtri né risultati idealizzati, rendendo visibili limiti e differenze.
Tra gli «irregolanti» presenti a Bra figurano realtà produttive e sociali che hanno scelto percorsi autonomi rispetto ai modelli più consueti.
ESPERIENZE FUORI FORMATO
Marco Valente ha partecipato con Vastè Impresa Sociale, realtà nata dalla fusione di un’associazione no profit con la sua impresa nella ristorazione e dedicata alla cucina di esperienza del mondo.
Macelleria Masino, con Felice Pomponio, rappresenta invece la scelta di trasferirsi da Torino a Bra per contribuire a presidiare l’unicità della Salsiccia più famosa di Langhe e Roero.
C’è poi Fiorenzo Giolito, affinatore di formaggi e imprenditore creativo fuori dai consueti circuiti associativi. Luca Soave ha lasciato la grande cucina per aprire SOV, una semplice bottega dove, secondo l’impostazione dell’esperienza, a parlare è il prodotto.
La giovane Elena Fenocchio porta una piccola rivoluzione nel mondo della pasticceria con il principio «no like, più gusto» e dolci a base delle nocciole che produce.
Tra le realtà coinvolte anche Osteria Murivecchi, aperta nel 1993, quando il fine dining sembrava destinato a scalzare la cucina del territorio. Il locale continua a proporre cucina piemontese con menu scritti di settimana in settimana a mano sulle lavagne.
All’iniziativa hanno aderito anche 8pari e Accademia della Vigna, impegnate nell’inclusione sociale e nell’inserimento lavorativo di persone con fragilità, e il Laboratorio Zanzara di Torino, autore del concept grafico di «irregolanti». Il progetto è stato sviluppato anche grazie alle intuizioni di persone diversamente abili che collaborano con professionisti e designer.
DAL «CHE COSA FUNZIONA» A «CHE COSA HA SENSO»
Il cuore del confronto è stato il passaggio da «che cosa funziona» a «che cosa ha senso». Il dibattito ha coinvolto stampa, istituzioni e rappresentanti del mondo imprenditoriale, ponendo domande su scelte produttive spesso talmente consolidate da non essere più messe in discussione.
Nel mondo del vino, il confronto ha toccato anche la coltivazione intensiva e la trasformazione della fisionomia delle colline, con la progressiva sottrazione di spazio ai boschi. Al centro anche la scelta di piantare vigne su versanti completamente esposti perché previsto dai disciplinari, nonostante le condizioni imposte dal cambiamento climatico.
Un’altra questione riguarda il rapporto tra territorio e capitale: fino a che punto è possibile applicare a un luogo la stessa logica con cui si gestisce un asset finanziario, valutando ogni bene sulla base della possibilità di acquisirlo, accorparlo, renderlo più efficiente e scalabile?
Per Ascheri, la questione supera i confini della viticoltura. Riguarda il modo in cui un’impresa interpreta le proprie regole quando il contesto cambia.
IDENTITÀ, MERCATO E COMUNICAZIONE
Essere «irregolanti» significa quindi mettere in discussione la normalità e riconoscere che non tutto ciò che ha valore può essere tradotto in un prezzo. Allo stesso modo, non tutto ciò che cresce, per il solo fatto di crescere, sta necessariamente migliorando.
Il modello dominante tende a trasformare ogni cosa in un formato. Modelli economici, aspettative del mercato, linguaggi della comunicazione e metriche di successo spingono verso ciò che è già riconoscibile, approvato e replicabile. Il rischio, secondo Ascheri, è che anche i prodotti perdano progressivamente la propria identità.
«Anche la produzione rischia così di perdere la propria identità. Nel vino come in altre filiere – osserva Ascheri – si trovano prodotti tecnicamente impeccabili ma talvolta sempre più difficili da ricondurre alle mani che li lavorano, alle persone che li pensano e al luogo da cui provengono».
La stessa dinamica riguarda la comunicazione. In un settore come quello del vino, che attraversa una fase di cambiamento e fatica a parlare alle nuove generazioni, affidarsi a linguaggi prevedibili e ripetitivi «perché così si prendono più like» può aumentare la distanza anziché ridurla.
CHI SONO GLI IRREGOLANTI
La domanda finale riguarda quindi il significato del neologismo scelto da Ascheri. Gli «irregolanti» sono persone e imprese che spostano continuamente il proprio asse. Mettono in discussione ciò che viene considerato normale e scelgono una traiettoria personale anche quando il contesto suggerisce di adeguarsi a un modello già pronto.
La differenza rispetto agli «irregolari» è sostanziale. Non si tratta di definire uno status, ma di descrivere un comportamento che continua nel tempo. «Il neologismo – conclude Ascheri – nasce proprio per descrivere un’azione in corso: irregolanti, non irregolari, perché l’irregolarità non è uno status ma un processo continuo di messa in discussione».






