IN BREVE
- Hu Zhijian detto “Roby”, sushi-chef di Sushi Mio Abbiategrasso, è arrivato in Italia nel 2007, affrontando difficoltà legate all’immigrazione e alla lingua.
- Sushi Mio è un ristorante familiare che combina tradizione e qualità, offrendo piatti di sushi freschi e preparati con ingredienti di alta qualità.
- Hu ha mantenuto gli stessi prezzi per dieci anni, promuovendo un accesso democratico al suo sushi, nonostante l’aumento dei costi.
- Il ristorante ha una clientela fidelizzata composta principalmente da italiani, con cui ha creato relazioni di fiducia e comunità.
- Roby sta aspettando la risposta per la cittadinanza italiana: una prova del suo forte legame con l’Italia e la sua cultura.
«Mi chiamo Hu Zhijian, ho 42 anni e vengo dal Fujian, per l’esattezza da Wuyishan. Sono arrivato in Italia nel 2007, dopo aver concluso gli studi in Cina. Mio padre era già qui da molti anni e poi tutta la mia famiglia si è trasferita in Italia». È servito a ricorrere a una traduzione delle domande dall’italiano al cinese per comunicare con “Roby”, il sushi-man di Sushi Mio che, coi suoi piatti – e col suo sorriso contagioso – sta conquistando tutti, ad Abbiategrasso. La qualità e la freschezza degli ingredienti, unita a un savoir-faire fuori dal comune, sono molto più di quello che ci si potrebbe aspettare così lontani dalle vie trafficate del capoluogo milanese.
SUSHI MIO: QUALITà FUORI DAL COMUNE IN PROVINCIA DI MILANO
Dall’esterno, questo piccolo ristorante della provincia di Milano da una ventina di posti a sedere, dice poco nulla di straordinario. La magia è dentro. Con Hu Zhijian “Roby” alla postazione sushi e i genitori nel retro, a cucinare i piatti caldi, destinati anche al delivery. Una famiglia cinese che si è contornata di giovani in gamba del posto, impegnati nelle attività di cassa, di consegna del sushi a domicilio e – ogni tanto – in qualche traduzione utile a non sbagliare comanda.
L’inizio della vita italiana di Hu Zhijian non è stato semplice. Come molti immigrati arrivati negli anni Duemila, si è trovato catapultato e inghiottito in un sistema che non conosceva. Lingua, leggi, diritti. «Per quattro anni ho lavorato dodici ore al giorno, sette giorni su sette», racconta. Lo stipendio? «600 euro al mese. Non capivo l’italiano e non conoscevo le leggi italiane. È stato molto difficile». A quel ritmo, senza tutele e senza pause, è arrivata anche la depressione.
Il lavoro è sempre rimasto l’unico punto fermo. Prima al bar di un ristorante giapponese: «Poi, avendo notato la mia dedizione, mi hanno messo in cucina». È lì che inizia il percorso nel mondo del sushi, sotto la guida di un maestro giapponese in un locale vicino al Duomo di Milano. Hu non ha una formazione accademica da chef. Ha imparato tutto in Italia, sul campo. «Faccio questo lavoro da quasi vent’anni – ricorda -. Apprendo velocemente e in questo campo mi sento una specie di mago: sin dall’inizio mi bastava guardare una cosa una volta per capire come farla».
«I CLIENTI di sushi mio? SONO come AMICI»
Negli anni ha lavorato in molte città dell’hinterland milanese, da Corbetta a Magenta, spostandosi continuamente. Non per scelta, ma per necessità. «Se ti fermi, l’anno dopo l’ufficio immigrazione non ti rinnova il permesso di lavoro», spiega. «Essendo straniero devi lavorare senza sosta, come una macchina». Dodici anni così, 365 giorni l’anno, o giù di lì. Prima di riuscire a comprare un’attività tutta sua.
Dal 2018 Hu è alla guida di Sushi Mio, in via Magenta 2/4 ad Abbiategrasso. Il nome è rimasto quello del precedente proprietario. Ma l’anima del locale è interamente sua. «Quando sono arrivato qui avevo già una rete di clienti fidelizzati – spiega Roby – costruita negli anni di lavoro nei comuni vicini». Oggi, a distanza di dieci anni dal suo arrivo nella città della provincia di Milano, quel legame è diventato qualcosa di più profondo. «I miei clienti sono tutti italiani: poliziotti, insegnanti, medici, dipendenti del Comune. Ovunque vada, incontro qualcuno che mi conosce. E questo mi fa felice». Molti sono clienti storici, «ormai amici».
«Molti dei miei clienti più anziani sono morti», racconta rattristandosi. «Quando i familiari me lo dicono, ci sto male. Prego per loro». Un rapporto che va oltre il piatto di sushi servito, o consegnato a casa col delivery. Che restituisce l’immagine di una ristorazione di prossimità. Fatta di relazioni quotidiane e memoria condivisa.
il miglior SUSHI di ABBIATEGRASSO
La cucina di Sushi Mio Abbiategrasso è dichiaratamente tradizionale. Hu non ama le forzature né le mode passeggere. I prezzi sono rimasti invariati da dieci anni, una scelta consapevole che oggi pesa più che mai sui conti del locale. «Ogni due anni aggiungo nuovi piatti, ma non ho mai aumentato i prezzi», spiega. «Voglio che tutti possano permettersi il mio sushi». Un principio che convive con un’idea molto netta di qualità. «Il cibo è sacro. Se la qualità non è buona, è un crimine».
Le materie prime arrivano esclusivamente da grandi fornitori organizzati, con consegna diretta e catena del freddo garantita. «Noi piccoli non possiamo comprare pesce senza furgoni refrigerati», chiarisce. La sicurezza alimentare non è negoziabile, così come l’ascolto del cliente.
«Noi siamo un servizio. Qualunque richiesta abbiano i clienti, cerchiamo di soddisfarla». Un approccio che negli anni ha consolidato la fiducia e reso il locale un punto di riferimento, anche grazie a una scelta pionieristica per il territorio: Sushi Mio è stato il primo ristorante di Abbiategrasso a introdurre il servizio di consegna a domicilio, «quando ancora poche pizzerie lo facevano».
DALLA CINA ALLA PROVINCIA DI MILANO: «ANDREI IN GUERRA PER L’ITALIA»
Negli ultimi anni, però, il contesto è cambiato. I consumi sono calati sensibilmente, soprattutto dopo l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina. «Gas ed elettricità sono aumentati, tutto costa di più», osserva Hu. «Gli italiani fanno fatica». La pressione fiscale completa il quadro. «Su dieci euro di sushi, tolte tasse e costi delle materie prime, a me restano due euro. L’IVA è troppo alta. Così è difficile andare avanti». Nonostante tutto, Hu continua a non ritoccare i prezzi. Una scelta etica, prima ancora che commerciale.
Il rapporto con l’Italia resta però centrale. Hu ha avviato da due anni la richiesta per la cittadinanza italiana, ancora in attesa di risposta. «È tutto molto lento», dice. Eppure il senso di appartenenza è già chiaro. «Se ci fosse una guerra, sarei disposto a combattere per l’Italia». Un’affermazione forte, che racconta meglio di molte analisi cosa significhi, per chi arriva da lontano, costruirsi una vita attraverso il lavoro.
Quando gli si chiede un consiglio per chi vuole aprire oggi un ristorante, Hu non parla di format o strategie. «Bisogna andare piano – dice – non avere fretta. Rispettare l’etica professionale e non esagerare. Perché fare ristorazione significa avere a che fare con la salute delle persone». Parole misurate, pronunciate con la stessa attenzione che mette ogni giorno nei piatti di Sushi Mio Abbiategrasso.






