Riesling italico Oltrepò Pavese, senti la miglior sommelier della Slovenia Simona Česen

Riesling italico: Oltrepò Pavese, senti la miglior sommelier della Slovenia

IN BREVE
  • Il Riesling italico viene percepito diversamente in Slovenia e Italia, con nomi che influenzano la reputazione del vino.
  • Le nuove generazioni di consumatori sloveni sono più aperte e disponibili a sperimentare il Riesling italico.
  • Simona Česen, miglior sommelier slovena, suggerisce di mantenere uno stile riconoscibile e di credere nel potenziale del vitigno.
  • Il Riesling italico in Italia affronta problemi di identità nella sua terra madre, l’Oltrepò Pavese.
  • Cambiare il nome del Riesling italico potrebbe favorirne la valorizzazione e creare un’identità autonoma.

Basta cambiare nome a un vino per convincere un consumatore ad assaggiarlo? Nel caso del Riesling italico, a quanto pare, sì. «Se in Slovenia chiedete a una persona di una certa età se vuole assaggiare un Laški rizling, ovvero un Riesling italico, probabilmente vi risponderà di no. Ma se proponete alla stessa persona una Graševina, vi dirà subito di sì. Eppure è esattamente lo stesso vitigno, con il suo nome croato». A raccontarlo a Winemag è Simona Česen, miglior sommelier della Slovenia 2025.

La sua testimonianza riapre una questione tutt’altro che marginale per l’enologia italiana. Perché il Riesling italico, vitigno storico dell’Oltrepò Pavese, continua a fare i conti con problemi di identità, comunicazione e valorizzazione. Questioni che, nella vicina Slovenia, sembrano ormai affrontate con crescente consapevolezza, soprattutto dalle nuove generazioni di produttori e consumatori. E soprattutto in Štajerska Slovenia, la Stiria slovena, regione vinicola non lontana dalla città di Maribor, nominata Best Wine Capital of Europe 2026 davanti a Bordeaux e Porto.

RIESLING ITALICO, IN SLOVENIA IL PREGIUDIZIO NASCE DALLA STORIA

«Il Laški rizling – spiega Česen – ha una connotazione negativa in Slovenia. È una conseguenza della nostra storia, del periodo jugoslavo, quando molti vini di scarsa qualità venivano commercializzati con questo nome. Per questo le generazioni più anziane tendono ancora ad associarlo a un vino di basso livello».

La stessa uva, tuttavia, cambia completamente percezione quando viene presentata con il nome croato Graševina. Una dimostrazione di quanto la reputazione commerciale possa essere determinata più dal linguaggio che dalle caratteristiche effettive di un vitigno.

«Le nuove generazioni sono diverse – continua la sommelier – meno condizionate dai nomi e più disponibili a sperimentare. Vogliono assaggiare, conoscere e scoprire». Un’apertura che, secondo Česen, può favorire una rivalutazione del Riesling italico anche presso i consumatori più tradizionalisti.

La sua strategia, al Wine Bar Šuklje di Lubiana, dove lavora come head sommelier, è semplice: ricorrere alla degustazione alla cieca. «Chiedo ai clienti quali vini preferiscono e propongo loro qualcosa che possa incontrare i loro gusti, senza necessariamente rivelare subito il vitigno. Spesso scelgo proprio un Riesling italico sloveno».

DAL BIANCO LEGGERO ALLO STILE BORGOGNA: LA VERSATILITÀ DELL’ITALICO

Il punto di forza del vitigno, secondo la sommelier slovena, è la versatilità. In Stiria, nella Slovenia orientale, il Laški rizling può esprimersi attraverso vini freschi, leggeri e di facile beva. Ma non è questa l’unica interpretazione possibile.

«Se una persona cerca qualcosa di leggero, posso proporle un Riesling italico della Stiria. Naturalmente, se il produttore non ha scelto di sperimentare con il legno o con lunghi affinamenti sulle fecce. Ma se il cliente ama i vini della Borgogna, posso sorprenderlo con un’interpretazione completamente diversa dello stesso vitigno».

«Anche l’Italico può dare vita a un vino complesso, rotondo, strutturato, con sfumature burrose e leggermente riduttive. Tutti elementi che ci si potrebbe aspettare da un bianco della Borgogna. Ma alla fine è diverso, perché non è Chardonnay: è Riesling italico».

Una dimostrazione, secondo la miglior sommelier slovena, di quanto il risultato dipenda dalle scelte effettuate in vigneto e in cantina. «È una grande varietà, se si sa come trattarla. I consumatori devono soltanto darle un’opportunità».

L’obiettivo non è ingannare chi si trova davanti al banco di un wine bar. Al contrario, è superare le barriere mentali che condizionano il rapporto con il vino. «Tutti – evidenzia la professionista del vino – abbiamo dei limiti nella nostra testa. Tendiamo a rimanere nella nostra zona di comfort, perché è ciò che conosciamo. Ma se vogliamo crescere dobbiamo uscirne. E questo vale anche per il vino e per i vitigni meno conosciuti».

RIESLING ITALICO IN ITALIA, IL PROBLEMA DELL’OLTREPÒ PAVESE

Le parole di Simona Česen trovano un riscontro diretto nella situazione italiana, più volte analizzata da Winemag e rimasta al momento inascoltata. In particolare nell’Oltrepò Pavese, principale territorio nazionale di coltivazione del Riesling italico.

Secondo i dati del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, pubblicati da Winemag nell’aprile 2026, la superficie dedicata al vitigno era scesa a 854,92 ettari nell’aprile 2025, contro i 1.206,13 ettari del 2015. Una contrazione significativa, che testimonia le difficoltà incontrate dalla varietà nel corso dell’ultimo decennio.

Ma il problema più evidente resta quello dell’identità. Come denunciato sin dal 2023, il disciplinare dell’Oltrepò Pavese Doc consente di utilizzare Riesling renano e Riesling italico, anche in combinazione, per produrre vini commercializzati sotto la generica denominazione «Riesling».

La distinzione tra i due vitigni, geneticamente differenti e non imparentati, non è quindi necessariamente riconoscibile in etichetta. Anzi, nelle tipologie della Doc oltrepadana non è consentito utilizzare la specifica “menzione” «Riesling italico», che sarebbe invece fondamentale per chiarire l’identità della varietà al consumatore.

Un paradosso che contribuisce a perpetuare il confronto con il più celebre Riesling renano. Penalizzando un’uva dotata di caratteristiche enologiche autonome. Il tema è tornato d’attualità nel giugno 2026, in occasione del concorso internazionale Grow du Monde, dedicato proprio al Riesling italico.

L’Oltrepò Pavese si è presentato in Moravia, Repubblica Ceca, con appena tre campioni, tutti premiati. Tra questi il Khione 2024 di Colle del Bricco, medaglia d’oro. Un risultato significativo, a fronte di una partecipazione numericamente molto limitata rispetto al potenziale produttivo del territorio.

CAMBIARE NOME AL RIESLING ITALICO? LA PROPOSTA CHE UNISCE SLOVENIA E ITALIA

Ma la miglior sommelier slovena sarebbe interessata a inserire nella carta del suo wine bar un Riesling italico italiano? Česen risponde senza esitazioni: «Sì, certamente». Una risposta che contrasta con le difficoltà di valorizzazione incontrate dal vitigno, proprio nel suo principale territorio produttivo nazionale: l’Oltrepò pavese.

La possibilità di abbandonare il riferimento al Riesling, individuando una denominazione autonoma, è una strada che convince la sommelier slovena. Un percorso già intrapreso in Serbia, dove si è affermato il nome Grašac, sperimentato anche in Slovenia.

Winemag aveva raccontato nel maggio 2024 la scelta della cantina Burja, nella Valle del Vipacco, di puntare sul nome tradizionale Grašica per un vino ottenuto da Riesling italico, prendendo le distanze dal più comune Laški rizling.

In una lettera al produttore Matteo Maggi di Colle del Bricco, pubblicata da Winemag nel giugno 2026, Walter Massa, protagonista della rinascita del Timorasso sui Colli Tortonesi, ha proposto di valorizzare il nome «Italico», svincolando definitivamente il vitigno dal confronto con il Riesling renano.

Non soltanto un nuovo nome, ma un progetto condiviso tra produttori, con un’identità riconoscibile, regole produttive chiare e un posizionamento commerciale coerente. La scelta finale, osserva Česen, spetta naturalmente ai produttori e agli organismi che regolano le denominazioni. Ma la strada di un’identità autonoma merita di essere presa in considerazione.

CHI È SIMONA ČESEN, MIGLIOR SOMMELIER DELLA SLOVENIA

Simona Česen è la prima donna ad aver conquistato il titolo di miglior sommelier della Slovenia, ottenuto nel 2025. È head sommelier del Wine Bar Šuklje, nel centro di Lubiana, uno dei locali della capitale slovena dedicati alla valorizzazione dei vini nazionali e internazionali.

Il suo percorso comprende la formazione presso l’associazione Sommelier Slovenije, WSET e partecipazione all’ASI Bootcamp di Siviglia nel 2024. Dall’11 al 17 ottobre 2026 rappresenterà la Slovenia all’ASI Best Sommelier of the World, il campionato mondiale dei sommelier in programma a Lisbona.

Una vetrina internazionale per una professionista che interpreta il ruolo del sommelier non soltanto come conoscenza tecnica, ma anche come capacità di mettere in discussione le convinzioni dei consumatori. Il caso del Riesling italico è emblematico. Un vitigno che, nelle sue diverse declinazioni europee, sta cercando una nuova identità. Mentre in Italia, e in particolare nell’Oltrepò Pavese, la strada per valorizzarlo appare ancora lunga.

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