«Italico, non Riesling» Walter Massa e la lezione che Oltrepò pavese non può più ignorare

«Italico, non Riesling»: Walter Massa e la lezione che l’Oltrepò non può ignorare

C’è una parola che, più di altre, può decidere il destino di un vino: il nome. In Oltrepò pavese, questa parola oggi è Italico. Non Riesling italico, non «il Riesling povero», non un vitigno costretto a vivere all’ombra del più celebre Riesling renano. Italico, punto. Una varietà presente in Oltrepò su oltre 800 ettari, più dell’Arneis nel Roero e pari a circa la metà del Cortese a Gavi. Numeri che basterebbero da soli a imporre una riflessione seria. Ma i numeri, nel vino italiano, spesso non bastano.

A ricordarlo, con la consueta lucidità ruvida, è Walter Massa, vignaiolo dei Colli Tortonesi e padre riconosciuto della rinascita del Timorasso. In una lettera indirizzata a Matteo Maggi, titolare della cantina Colle del Bricco di Stradella e recente medaglia d’oro con Khione 2024 al concorso Grow du Monde 2026, Massa traccia un parallelo netto tra il percorso del Timorasso e ciò che l’Oltrepò potrebbe fare con l’Italico. A patto, però, di smettere di chiamarlo con il nome sbagliato.

DAL TIMORASSO ALL’ITALICO

Il Timorasso, scrive Massa, ha avuto una fortuna decisiva: «La fortuna di chiamarsi Timorasso». Un nome non derivativo, non subordinato, non confondibile con altri vitigni. Una parola territoriale, quasi sconosciuta fuori dalla zona di Tortona, ma proprio per questo libera da confronti impropri. È anche grazie a quel nome se il vitigno ha potuto costruire una propria identità, senza doversi giustificare davanti a modelli esterni.

La storia, però, non è stata lineare. Massa ricorda il Torbolino, vino bianco ottenuto anche da Timorasso, Cortese e Citronino, venduto ancora velato soprattutto verso il mercato svizzero e tedesco. Un vino che, spiega, «veniva commercializzato ancora velato, a fermentazione alcolica finita» e che aveva una sua rilevanza commerciale. Nel 1909, dalla stazione di Tortona, sarebbero partiti circa 30 mila ettolitri di Torbolino. Poi fillossera, guerre, crisi, abbandono dei vigneti e perdita dei contatti con i mercati del Nord Europa. Una traiettoria spezzata, che il Timorasso ha ricucito solo molti decenni dopo.

Non si tratta di celebrare una favola agricola. Ma di capire che il successo del Timorasso non nasce da un’operazione cosmetica. Nasce da un lavoro lungo, da un nome forte. Da uno stile riconoscibile e da un gruppo di produttori capaci, almeno nella fase decisiva, di non annacquare il messaggio.

L’OLTREPÒ E IL PROBLEMA DEL NOME

La situazione dell’Oltrepò pavese è diversa. Massa lo dice senza giri di parole: «Dovete smarcarvi dall’Oltrepò». Non nel senso di rinnegare la propria storia, ma di evitare che tutto finisca nel grande contenitore indistinto di una denominazione dove convivono vini rossi, frizzanti dolci, Metodo Martinotti, Metodo Classico, Cruasé, bianchi fermi, passiti, Pinot nero, Barbera, Croatina. Riesling renano e Riesling italico.

È proprio questa somma di identità, spesso non ordinate da una gerarchia chiara, ad aver indebolito la percezione del territorio. Cruasé, secondo Massa, è stata un’operazione condivisibile: «Condivido pienamente l’operazione Cruasé», scrive. Ma non basta. Non basta se l’obiettivo è spiegare al consumatore comune che l’Oltrepò non è solo una denominazione plurale, complessa fino alla dispersione, ma anche un luogo capace di produrre vini bianchi identitari.

Qui entra in gioco l’Italico. Un vitigno che in Oltrepò non è marginale, ma strutturale. Massa lo definisce «una genetica» presente per oltre 800 ettari su circa 11.500 ettari di vigneto oltrepadano. Una superficie che, osserva, è «più dell’Arneis nel Roero» e pari alla «giusta metà del Cortese a Gavi». Eppure l’Italico continua a essere raccontato con un nome che lo condanna al confronto con un gigante.

Chiamarlo Riesling italico significa, di fatto, costringerlo a giocare una partita persa in partenza con il Riesling renano. Non perché il vitigno non abbia valore, ma perché il nome lo colloca in una posizione di dipendenza.

UN MARCHIO, UN PATTO, UN PROTOCOLLO PER IL RIESLING ITALICO

La proposta di Walter Massa è concreta. Non basta cambiare narrazione. Serve un patto tra produttori, un marchio riconoscibile, un protocollo serio e condiviso. Massa invita i produttori a «fare un patto tra galantuomini» e a registrare un marchio capace di evocare il territorio. Tra le ipotesi, cita anche la possibilità di registrare direttamente «Italico», trasformando il nome del vitigno in un segno identitario e commerciale.

Il modello suggerito è quello di una selezione chiara: altitudine minima dei vigneti, sesti d’impianto, produzione per ceppo, una sola tipologia principale, eventuali versioni di maggiore ambizione, regole precise su affinamento, gradazione alcolica, estratto e tenuta nel tempo. Non un disciplinare burocratico cucito sulle esigenze dei grandi volumi, ma un codice produttivo pensato per chi vuole costruire valore. Massa parla di «un protocollo serio e condiviso» e invita a stabilire regole prima che il progetto venga svuotato dalla prassi.

Dentro questa visione c’è anche una provocazione tecnica: il tappo a vite come scelta obbligata. «Io obbligherei il tappo vite», scrive Massa, legando questa posizione al rispetto verso il vino, la storia e il consumatore. Non come moda, ma come strumento per ridurre rischi, contaminazioni e variabili inutili. Più in generale, il senso della proposta è chiaro: se si vuole rifondare l’immagine dell’Italico, non si può partire con compromessi al ribasso.

IL CASO KHIONE COLLE DEL BRICCO: L’ITALICO MERITA ATTENZIONE

Il messaggio indirizzato a Matteo Maggi arriva dopo il risultato ottenuto da Khione 2024 al Grow du Monde 2026, concorso internazionale dedicato al Riesling italico e ai suoi “sinonimi” europei. Un oro conquistato in Moravia, terra in cui questa varietà ha una dignità produttiva e culturale ben più riconosciuta che in Italia. Il paradosso è qui: l’Oltrepò pavese dispone di una superficie significativa di Italico, ma fatica a trasformarla in valore, reputazione e identità.

Maggi, con Colle del Bricco, mostra che la strada esiste. Ma una singola azienda non può bastare. Servono altri produttori disposti a uscire dalla logica del «voglio ma non posso», a smettere di usare il vitigno come comprimario e a costruire un fronte credibile. Non contro l’Oltrepò, ma oltre l’Oltrepò generico. Dentro il territorio. Ma fuori dalla sua confusione comunicativa.

LA DIGNITÀ DEL VITIGNO

Il nodo è anche culturale. L’Italico non deve scimmiottare il Riesling renano. Massa invita a lasciare che la parola Riesling venga usata «dai vecchi e dai giovani babbioni» e chiede ai produttori più consapevoli di smarcarsi dalla «maramaglia degli eterni ed immortali faccendieri». Un passaggio duro, nel suo stile, che fotografa bene la frattura tra chi cerca una via identitaria e chi continua a muoversi dentro schemi già consumati.

L’Italico deve smettere di chiedere “permesso”. Deve essere trattato come un vitigno con una propria voce, una propria storia. Una propria grammatica. Il rischio, altrimenti, è continuare a possedere un patrimonio senza riconoscerlo. Avere gli ettari, ma non il progetto. Avere le uve, ma non il vino.

Walter Massa, da Tortona, non consegna all’Oltrepò una ricetta facile. Lancia una sfida. «Per andare avanti ho sempre guardato indietro», scrive. Non per rifugiarsi nella memoria, ma per recuperare ciò che il mercato e la burocrazia hanno spesso reso indistinto: il rapporto tra una varietà, una terra e un gruppo di vignaioli disposti a crederci.

L’Italico può diventare una delle chiavi per riscrivere una parte dell’immagine dell’Oltrepò pavese. Ma solo se il territorio accetterà di chiamarlo per nome. E di trattarlo, finalmente, come un vino grande. Non come il parente italiano di qualcun altro.

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