Vino europeo, nuovo rischio dazi Usa USWTA mobilita venditori americani. La U S Wine Trade Alliance sta mobilitando gli importatori americani

Vino europeo, nuovo rischio dazi Usa: USWTA mobilita venditori americani

IN BREVE
  • Il vino europeo rischia di essere colpito da una nuova misura di dazi negli Stati Uniti legata al lavoro forzato.
  • L’Unione Europea potrebbe subire un dazio del 10%, senza accuse dirette sull’industria vinicola riguardo al lavoro forzato.
  • La U.S. Wine Trade Alliance sta mobilitando azioni per evitare danni al settore vinicolo americano e europeo.
  • La proposta di dazi non è mirata solo ai produttori europei: potrebbe danneggiare anche l’economia americana nel suo complesso.
  • L’incertezza riguardo ai dazi può già frenare gli ordini, complicando il mercato per le cantine italiane negli Stati Uniti.

Il vino europeo torna sotto pressione negli Stati Uniti. Rischia infatti di finire dentro una nuova misura di dazi costruita attorno al tema del lavoro forzato, pur senza accuse dirette all’industria vinicola su questo fronte. Il dossier nasce dalle indagini Section 301 avviate dall’Ustr, l’ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti, sulle politiche adottate da 60 economie straniere contro l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato.

L’indagine non riguarda il vino, ma la capacità dei governi stranieri di imporre e applicare in modo efficace un divieto di importazione per merci prodotte, in tutto o in parte, attraverso lavoro forzato. Secondo l’Ustr, l’Unione europea rientra tra le economie che hanno un divieto, ma non lo applicherebbero in modo sufficientemente efficace. Da qui la proposta americana: dazi aggiuntivi sui prodotti delle economie coinvolte da questo vulnus operativo, salvo specifiche esclusioni doganali.

Per l’Unione europea, l’aliquota indicata è del 10%. È questo il rischio concreto per il vino europeo e, di conseguenza, per il vino italiano. Non un dazio mirato contro le bottiglie italiane, francesi o spagnole. Piuttosto, un possibile dazio aggiuntivo che potrebbe colpire anche il vino come effetto collaterale di una procedura commerciale nata su un altro terreno.

IL PARADOSSO DELLA SECTION 301

Il vino europeo non viene indicato come prodotto legato al lavoro forzato. La proposta Ustr, però, parla di dazi su tutti i prodotti delle economie investigate, tranne quelli esclusi nell’Annex A del notice. L’Annex A non salva Paesi o aree geografiche. Elenca categorie merceologiche escluse: prodotti già soggetti ad altri regimi tariffari, alcune materie prime, beni la cui tassazione potrebbe creare problemi di approvvigionamento negli Stati Uniti, materiali informativi, donazioni, bagagli accompagnati e altre voci specifiche.

Il vino, al momento, non risulta escluso in via generale. Per questo il settore si muove. L’obiettivo non è contestare la lotta al lavoro forzato, ma evitare che una misura pensata per un tema globale finisca per colpire una filiera che non è al centro dell’indagine. È il nodo politico e commerciale del dossier: tassare il vino europeo servirebbe davvero a correggere le pratiche contestate dall’Ustr? Oppure produrrebbe solo un nuovo danno per imprese americane, importatori, distributori, ristoranti, enoteche e consumatori?

È su questa seconda linea che si colloca la U.S. Wine Trade Alliance, già protagonista negli ultimi mesi delle mobilitazioni contro le tariffs sul vino europeo. Una posizione coerente con gli appelli già seguiti da Winemag.it: il vino importato non è solo una voce dell’export europeo. È anche parte dell’economia americana.

IL MESSAGGIO DI BEN ANEFF

Nel messaggio inviato a importatori e distributori, Ben Aneff, presidente della U.S. Wine Trade Alliance, chiede un’azione rapida. L’Ustr sta raccogliendo commenti sulla proposta di dazi, sulle aliquote, sui prodotti da includere o escludere e sulla praticabilità delle misure rispetto agli obiettivi dell’indagine. Chi chiede esclusioni è invitato a spiegare se i dazi possano provocare interruzioni nelle forniture o danni più ampi all’economia statunitense.

Da qui la richiesta di USWTA: raccogliere firme tra i sales representative del vino e degli spirits in tutti gli Stati Uniti. Non una lettera generica di associazioni o aziende, ma una presa di posizione dei professionisti che vendono vino ogni giorno sul territorio americano. La lettera dovrà spiegare in termini concreti come il vino importato sostenga lavoro, compensi, relazioni commerciali e attività economica nelle comunità locali.

Aneff chiede agli importatori e ai distributori associati di far circolare la lettera tra i propri team commerciali, raccogliendo nome, città e Stato dei firmatari. Le adesioni dovranno essere inviate entro il 3 luglio a Ethan Reznick, dello studio Akin Gump, che sta coordinando l’iniziativa. La scadenza ufficiale per i commenti all’Ustr è invece fissata al 6 luglio 2026.

Il senso dell’operazione è chiaro. USWTA vuole mostrare che i dazi sul vino importato non danneggerebbero soltanto i produttori europei. Colpirebbero anche lavoratori americani, provvigioni, portafogli clienti, ristoranti, retailer, distributori e consumatori. In altre parole, l’associazione prova a trasformare il vino europeo da problema estero a questione interna americana.

L’AUDIZIONE A WASHINGTON

La mobilitazione non si fermerà alla lettera. USWTA parteciperà anche all’audizione Ustr a Washington. Aneff annuncia una testimonianza costruita lungo l’intera catena economica del vino. Neil Rosenthal parlerà come importatore statunitense. Tim Mondavi interverrà dal punto di vista di un produttore americano. Kevin Parks, sales representative di Grassroots Wine in South Carolina, porterà invece la voce della distribuzione e della vendita sul territorio.

La scelta dei testimoni è significativa. USWTA non vuole presentare il dossier come una battaglia degli europei contro i dazi americani. Vuole dimostrare che l’importazione di vino alimenta un ecosistema economico negli Stati Uniti. Nel three-tier system americano, una bottiglia europea passa attraverso importatori, distributori, reti vendita, ristoranti, enoteche e punti vendita. Se il prezzo sale o gli ordini rallentano, l’effetto si distribuisce su tutta la catena.

È lo stesso meccanismo già visto nei precedenti capitoli della guerra sui dazi sul vino negli USA. Le minacce di dazi hanno spinto operatori americani a sospendere ordini, anticipare scorte o ridurre l’esposizione sui vini europei. Il problema non è solo il prezzo finale a scaffale o in carta. È la perdita di prevedibilità.

Un importatore non programma allo stesso modo se non sa quale sarà il costo doganale fra poche settimane. Non investe con la stessa forza su un portafoglio esposto a nuove tariffs. Un venditore non può garantire continuità commerciale se listini e margini cambiano per decisione politica.

COSA RISCHIA IL VINO ITALIANO

Per il vino italiano, gli Stati Uniti restano un mercato strategico. Un nuovo dazio aggiuntivo del 10% avrebbe un impatto diverso a seconda delle fasce di prezzo, dei canali e dei contratti già in essere. Le bottiglie più esposte sarebbero quelle con margini più compressi, maggiore competizione a scaffale e minor capacità di assorbire aumenti lungo la filiera.

Il rischio non riguarda solo le grandi denominazioni già forti sul mercato americano. Tocca anche cantine medio-piccole, importatori specializzati, distributori regionali e ristorazione italiana negli Stati Uniti. In molti casi il vino italiano non compete soltanto con altri vini europei, ma con alternative locali, cilene, argentine, australiane o neozelandesi. Un aggravio tariffario può spostare scelte d’acquisto, promozioni, inserimenti in carta e rotazione dei prodotti.

C’è poi un effetto meno visibile ma altrettanto concreto: l’incertezza. Anche prima dell’entrata in vigore di un dazio, la sola possibilità che venga applicato può frenare gli ordini. Gli operatori aspettano, riducono il rischio, rinviano decisioni. Per le cantine italiane, questo significa trovarsi di fronte a un mercato meno lineare proprio in una fase in cui consumi, costi e concorrenza internazionale impongono maggiore attenzione commerciale.

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