IN BREVE
- Allarme in Valtellina per la paventata sostituzione dei meleti con vigneti, in vista di un potenziale allargamento della sottozona Inferno.
- Stefano e Simone Nera temono che questo possa portare all’abbandono dei terrazzamenti, mettendo a rischio la qualità.
- Le Riserve di Nera Vini offrono un’idea dell’evoluzione del Nebbiolo-Chiavennasca, dimostrando l’importanza di custodire i vigneti storici della Valtellina.
- Sul fronte della crisi dei consumi, Simone Nera critica i ricarichi sul vino nella ristorazione, che influenzano le vendite.
- Nonostante i giovani siano visti come disinteressati, ci sono evidenze di un loro reale interesse nei confronti del vino, se correttamente raccontato.
Il tempo si legge nei dettagli. Nel vino è spezia che si fa più sottile. Tannino che si ammorbidisce, senza scomparire. Vitalità ed eleganza, ad oltre vent’anni dalla vendemmia. In Valtellina, la macchina del tempo di Nera Vini e della “consociata” Caven Camuna sono le Riserve. Una vera e propria lente di ingrandimento sull’evoluzione del Nebbiolo, anzi della Chiavennasca, in diverse annate, vigneti e sottozone. Una memoria che potrebbe essere a rischio.
È col calice di cinque Riserve alla mano, durante una degustazione nelle sede di Chiuro riservata a stampa e operatori del settore, che Stefano e Simone Nera lanciano un allarme sul futuro della viticoltura eroica in Valtellina: «Si propone di allargare la sottozona dell’Inferno, sostituendo i meleti della cooperativa con i vigneti. Così facendo, si arriverà al punto che si pianterà lì il Nebbiolo. E verranno abbandonati i terrazzamenti».
VALTELLINA, LA CRISI DELLE MELE METTE A RISCHIO LA VITICOLTURA EROICA
Il riferimento – mentre vengono versati Signorie 2018, Tri Angei 2019, Ca’ di Avi 2020, Paradiso 2020 e Cheséta 2017 – è ai terreni dei soci di Melavì, la coop delle mele valtellinesi dichiarata in liquidazione giudiziale dal Tribunale di Sondrio. L’interruzione delle attività risale alla primavera 2025. Una decisione contro cui gli ex vertici della cooperativa hanno fatto ricorso. Ritrovandosi la porta della Corte d’Appello di Milano chiusa in faccia.
«Noi – continuano Stefano Nera – non abbiamo mai chiesto l’elemosina a nessuno. Chiediamo solo di ascoltarci e di ascoltare chi vive in questo territorio da una vita. Piantando nei conoidi, con possibilità di meccanizzazione, la qualità non sarà la stessa dei terrazzamenti. Penserei piuttosto di autorizzare qualsiasi altro vitigno, ma non Nebbiolo-Chiavennasca».
I meleti sono quelli del conoide del Rhon e di Tresivio, verso Ponte in Valtellina. L’area di contatto con la sottozona Inferno è quella tra Fiorenza, Poggiridenti e Tresivio. «I terrazzamenti vanno preservati in ogni modo, per evitare che prima o poi vengano abbandonati», aggiunge convinta la famiglia Nera, alla guida di una delle cantine più in vista della Valtellina. Una storia che risale al 1940.
CRISI CONSUMI VINO, NERA: «NON SI PARLA MAI DI RICARICHI DELLA RISTORAZIONE»
È un fiume in piena Stefano Nera, che allarga il cerchio al fronte del calo dei consumi di vino. «È inutile – dichiara – negare che le abitudini di consumo stiano cambiando, per diversi motivi. Ma quello di cui non si parla mai sono i ricarichi nella ristorazione. Ogni professionista conosce i costi della propria attività, ma sul vino forse si sta esagerando».
«Allo stesso tempo – continua il co-titolare della cantina valtellinese – ripetere che i giovani non bevono più vino rischia di allontanarli ulteriormente. Agli eventi e alle degustazioni incontro ragazzi educati, interessati e preparati. Si avvicinano ai produttori con rispetto, assaggiano con attenzione e fanno domande pertinenti. Il vino va raccontato con consapevolezza. Senza ovviamente presentarlo come una medicina. Ma cambiando un po’ il messaggio, in chiave meno allarmistica rispetto a quella attuale».
Del resto, i calici di Nera e Caven Camuna danno la misura del tempo. Signorie 2018 porta ciliegia, fiori ed erbe; Tri Angei 2019 vira su frutto scuro e spezie. Ca’ di Avi 2020 è il più preciso e sapido: un capolavoro; Paradiso 2020 è solo in apparenza più magro degli altri. Cheséta 2017 il più “morbido” ed evoluto. Poi arrivano Signorie 2002, ancora vivo tra spezia, miele e fiori, e Messere 2001, saldo nel tannino. La Chiavennasca attraversa gli anni. I terrazzamenti vanno custoditi. Adesso.







