Collio Evolution 2026, il Pinot Grigio del Collio sfida il tempo

Collio Evolution 2026, il Pinot Grigio del Collio sfida il tempo

IN BREVE
  • Il Pinot Grigio del Collio può invecchiare, come dimostrano le vecchie annate degustate a Collio Evolution 2026.
  • Le vecchie annate hanno mostrato una qualità e una complessità che sfidano una narrazione riduttiva sul vitigno.
  • Il Pinot Grigio rappresenta quasi il 30% della produzione del Collio, con circa 2 milioni di bottiglie prodotte all’anno.
  • Il Collio ha dimostrato di interpretare bene il Pinot Grigio, che in zona è contraddistinto da sapidità, freschezza e buona complessità.
  • Collio Evolution 2026 suggerisce che l’identità di una denominazione dipende dal terroir e non solo dal vitigno.

Il Pinot Grigio del Collio può invecchiare. Lo hanno mostrato i calici di Collio Evolution 2026, evento del Consorzio friulano conclusosi nel pomeriggio a Cormons. Vini capaci di conservare freschezza, sapidità e precisione dopo dieci, quindici e persino oltre vent’anni. La degustazione, dedicata a una novantina di etichette dalla nuova annata 2025 fino alla 1999, ha messo alla prova l’idea più diffusa sul vitigno, in Italia: che il suo valore stia soprattutto nella fragranza immediata e nella beva.

Ben lungi dai volumi industriali “delle Venezie”, il Pinot Grigio del Collio ha sorpreso con annate mature che hanno offerto alcune delle prove più convincenti. Tra i vini giovani si sono alternati esempi di tensione e materia a interpretazioni più semplici, pensate per il consumo immediato.

Del resto, secondo i dati forniti dal presidente del Consorzio, Luca Raccaro, e dalla direttrice Lavinia Zamaro, il Pinot Grigio è la prima varietà del Collio e rappresenta quasi il 30% della produzione totale. Significa che dei circa 7 milioni di bottiglie prodotte in zona, circa 2 milioni di bottiglie sono di Pinot Grigio.

LE VECCHIE ANNATE, ANCORA FRESCHE

Tutti e sette i campioni compresi tra il 1999 e il 2016 hanno raggiunto almeno 90 punti nella degustazione alla cieca di Winemag, con una media di 94,1/100. Tra i vini del 2017-2020 la media “scende” a 92,6 punti, con dieci assaggi su undici sopra quota 90. Si assesta su 90,5/100 la media del gruppo 2021-2023 e a 88,6/100 quella delle annate 2024 e 2025, che contavano complessivamente 45 campioni. In quest’ultimo gruppo, 12 vini hanno raggiunto almeno 90 punti e sei sono rimasti sotto 87.

La differenza non basta, da sola, a decretare una superiorità assoluta delle vecchie annate. Eppure, nei calici più maturi la qualità si è presentata con una frequenza e una profondità difficili da ignorare. Anche le annate intermedie hanno mostrato che il tempo può aggiungere complessità senza cancellare l’identità del vitigno. Non una semplice “sopravvivenza” in bottiglia, dunque, ma un’evoluzione capace di moltiplicare i registri del vino.

Luca Raccaro e Lavinia Zamaro, presidente e direttrice del Consorzio Collio

LA BEVA NON BASTA A RACCONTARE IL VITIGNO

La batteria della 2025 ha restituito un volto più giovane e immediato del Pinot Grigio. Quello più noto, a livello commerciale. Frutto croccante, agrumi, fiori, freschezza e, soprattutto, sapidità: un elemento, quest’ultimo, capace di distinguere il Pinot Grigio del Collio da altri. La questione ha un peso anche commerciale.

Con il Collio Doc Pinot Grigio collocato mediamente a scaffale tra 15 e 25 euro, il consumatore incontra una fascia di prezzo che invita a interrogarsi sul valore complessivo del vino. Non soltanto sulla piacevolezza al momento dell’acquisto, ma anche sulla sua tenuta e sulla possibilità di seguirne l’evoluzione. Le vecchie annate assaggiate a Cormons dimostrano che questo potenziale esiste. La sfida è capire quante delle interpretazioni attuali siano costruite, anzi pensate, per conservarlo.

UN VITIGNO CHE LEGGE IL SUOLO

Collio Evolution 2026 ha offerto anche una risposta a una narrazione spesso riduttiva del Pinot Grigio, associato soprattutto alla facilità di beva, alla riconoscibilità commerciale e al rapporto qualità-prezzo. Nei calici del Collio, il vitigno ha mostrato di poter dare voce al luogo. Cambiano la materia, la tensione, il profilo aromatico e la trama del sorso. Affiorano più o meno erbe della macchia mediterranea, frutto giallo o rosso. Componenti fenoliche, sapidità e richiami minerali.

Il colore, dal paglierino al dorato fino alle tonalità ramate, ha materializzato la varietà delle interpretazioni. Ma è soprattutto al palato che il Pinot Grigio del Collio ha rivelato di non essere «tutto frutto». Struttura e sapidità hanno spesso guidato la progressione, mentre l’evoluzione ha ampliato il profilo positivamente, ben oltre gli aromi primari. È la dimostrazione che anche un vitigno internazionale, nel Collio, può diventare uno strumento efficace per leggere suoli, microclimi e scelte produttive.

COLLIO EVOLUTION 2026, IL CONFRONTO CHE È MANCATO

Proprio questa ricchezza rende Collio Evolution 2026 un’occasione mancata, almeno in parte. Il confronto non avrebbe dovuto limitarsi ai Pinot Grigio di altri territori italiani, rispetto ai quali il Collio avrebbe avuto buone ragioni per rivendicare una posizione di forza (parsa a tratti netta, strabordante).

Sarebbe stato molto utile misurarsi con interpretazioni internazionali del vitigno. Non per stilare una classifica, ma per verificare dove si colloca il Collio soprattutto nella capacità di evolvere in bottiglia. Le vecchie annate hanno mostrato che il territorio può reggere quel confronto.

OLTRE LE BEGHE SUL COLLIO BIANCO

La scelta di mettere al centro della seconda edizione un vitigno internazionale non è stata una deviazione dal racconto del Collio, dopo la “prima” di Collio Evolution 2025, dedicata al Friulano. È stata, al contrario, un modo per mostrarne la capacità di interpretare il territorio anche attraverso una varietà diffusa nel mondo.

Le batterie di Pinot Grigio in degustazione a Cormons hanno veicolato un messaggio semplice: l’identità di una denominazione non dipende soltanto dall’origine del vitigno, ma da ciò che il luogo riesce a trasmettergli. È una prospettiva che potrebbe aiutare anche il dibattito sul Collio Bianco, troppo spesso imprigionato nella contrapposizione tra «autoctonicisti» e «internazionalisti».

Quando diventa una lotta di appartenenza, questa disputa smette di chiarire i vini e finisce per impoverire la comunicazione di un territorio complesso e irripetibile. Collio Evolution 2026 suggerisce un’altra strada: partire dai calici, osservare come il terroir si esprime. E lasciare che siano i vini a dimostrare quanto il Collio possa essere riconoscibile. Qualunque sia il vitigno. O l’età della bottiglia. Anche di Pinot Grigio. Eureka.

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