IN BREVE
- L’iconica etichetta dei vini di Livio Felluga è nata nel 1956
- La carta geografica di Livio Felluga invita a esplorare le colline friulane, evidenziando il legame tra vino e territorio.
- Il vino non si separa dal luogo; la produzione è un omaggio alle colline friulane abbandonate nel dopoguerra.
- Terre Alte nasce dall’unione di uve selezionate e presenta annate diverse che offrono complessità e freschezza, mantenendo l’equilibrio del terroir.
- Settant’anni dopo, la Carta Geografica continua a raccontare la storia di un luogo, con il vino che riflette le diverse vendemmie e il passare del tempo.
Una carta geografica è la promessa di una destinazione. Quella di Livio Felluga, presente da 70 anni sulle etichette di vini divenute icone mondiali del Made in Italy enologico, è un invito a raggiungere le colline friulane, tracciate una dopo l’altra con brevi segni scuri. Attorno all’Abbazia di Rosazzo la mappa diventa paesaggio di ponca, vigneti e memoria. È qui che Felluga acquistò le sue prime vigne, negli anni Cinquanta. Nel calice, una verticale di Terre Alte si trasforma in geografia liquida, dal 1999 al 2021. Prima, un passo indietro.
UNA MAPPA PRIMA DEL VINO
Nel 1956 Livio Felluga scelse per le proprie etichette un’antica rappresentazione del Friuli-Venezia Giulia, acquistata in un negozio di antiquariato. Non era un semplice disegno, ma una vera e propria mappa napoleonica che portava il territorio in primo piano. Una rivoluzione copernicana, in un’epoca in cui il vino non si raccontava ancora con l’origine, ma soprattutto attraverso il nome del produttore e del vitigno.
Quella scelta anticipava un’idea oggi familiare: il vino può essere il riflesso del luogo da cui prende vita. Per Felluga significava restituire valore alle colline friulane, molte delle quali erano state abbandonate nel dopoguerra. Non solo. Quell’etichetta riportava la vite al centro del paesaggio. In settant’anni, la geografia è cambiata. Ma la direzione è rimasta la stessa.
Oggi l’azienda coltiva 187 ettari di vigneto, all’interno di una proprietà di 242 ettari con oltre 320 parcelle tra Rosazzo, Colli Orientali del Friuli e Collio. Ogni parcella porta con sé esposizioni, altitudini, venti e microclimi diversi. Per leggerli meglio occorre rispondere all’invito dell’etichetta e visitare quelle colline, dove la viticoltura può richiedere fino a 500 ore di lavoro manuale per ettaro.
LIVIO FELLUGA A ROSAZZO, TRA PONCA E MEMORIA
A Rosazzo, la mappa incontra una storia che precede l’etichetta di molti secoli. L’Abbazia di Rosazzo, le cui origini risalgono all’XI secolo, fu uno dei centri da cui si diffusero la coltivazione della vite e dell’olivo e da cui partì la storia stessa del Livio Felluga imprenditore. Le colline guardano verso l’Adriatico e sono protette dai freddi venti settentrionali. Le escursioni termiche contribuiscono alla complessità aromatica dei vini.
Sotto i vigneti c’è la ponca, alternanza di marne e arenarie formatasi circa 55 milioni di anni fa. Il suolo drena l’acqua e ne conserva una riserva, permettendo alle radici di approfondirsi. Ma Rosazzo non si lascia riassumere nella geologia. I pendii, i ronchi e i filari sono anche il risultato del lavoro con cui l’uomo ha modellato e custodito il territorio.
Sulla sommità di una delle colline aziendali, il Vigne Museum traduce lo stesso rapporto in architettura. Ideato da Yona Friedman con l’artista Jean-Baptiste Decavèle, è una struttura aperta di cerchi metallici, attraversata da cento barbatelle piantate nel 2014. La vegetazione e il mutare delle stagioni ne trasformano l’aspetto. Anche qui il tempo non fa da sfondo. Diventa parte dell’opera. Che è parte della geografia.
TERRE ALTE, SEI ANNATE SULLA STESSA ROTTA
Ma è nel calice che la mappa si fa ancora più semplice da codificare. Anche quando il tempo scandisce il ritmo delle stagioni, come nella verticale 1999-2021 di Terre Alte. Un vino nato nel 1981 dall’unione di uve provenienti dalle parcelle più vocate di Friulano, Pinot Bianco e Sauvignon di Livio Felluga. È un «cru diffuso», costruito attraverso più luoghi e pensato come uvaggio, per cercare complessità. Il legno, introdotto nei primi anni Duemila, accompagna il vino senza cancellarne la trama.
La 2021, che celebra i quarant’anni dell’etichetta, mostra frutta gialla ed esotica, erbe e accenti balsamici. La bocca sorprende per freschezza e sapidità. Il legno è già ben integrato. È un vino stratificato, ma ancora giovane. Complesso, come dev’essere Terre Alte: ma già godibilissimo.
La 2020 si muove su un registro più rotondo e ampio, con richiami canditi e mentolati. La 2017 stringe il fuoco sugli agrumi: mandarino e pompelmo, poi una bocca larga, golosa e precisa, sostenuta dalla sapidità. La tensione tiene insieme le diverse componenti e invita al sorso successivo.
LE ANNATE PIù MATURE DELLA VERTICALE DI TERRE ALTE
Nella 2016 il Sauvignon emerge con più decisione, tra frutto maturo, pepe bianco e primi accenni di zafferano. La sua voce allunga il vino senza spezzare l’equilibrio dell’uvaggio. La 2013, annata difficile, mostra invece un Sauvignon più ingombrante. Freschezza e sapidità restano comunque vive, a sostenere un’evoluzione ancora aperta.
Il salto al 1999 non porta fuori rotta. Il frutto è ancora integro, con sfumature quasi candite, pepe bianco e un accenno umami. Il vino conserva precisione e purezza: non è soltanto una testimonianza di longevità, ma la prova che il tempo può aggiungere profondità senza cancellare l’origine.
Settant’anni dopo la sua comparsa, la Carta Geografica continua a indicare un luogo. Terre Alte aggiunge la dimensione che una mappa non può contenere: il tempo necessario perché quel luogo si racconti. Vendemmia dopo vendemmia. In forme diverse. Tutte a loro modo grandi. Come la visione di chi ha dato il via a quel viaggio. Con destinazione l’infinito.



