I Nervi del Gattinara Docg: tour all’azienda vitivinicola “norvegese”

Ci sono storie di vino che passano pressoché indenni cataclismi e sfortune. Sino ad arrivare ai giorni nostri. Una di queste vede come teatro Gattinara. Poco più di 8 mila anime, in provincia di Vercelli. Siamo in Valsesia, alle pendici del Monte Rosa. In un piccolo Comune che dà anche il nome a un prestigioso vino ottenuto da uve Nebbiolo, il Gattinara Docg. Interprete storico di questo antico vitigno è la cantina Nervi. Ad accoglierci Claudia, che si occupa della parte logistica e anche delle visite. Mentre scendiamo nella parte storica dell’edificio, Claudia racconta che in Piemonte sono molto famose le Langhe, con Barolo e Barbaresco. Ma che non tutti sanno che anche in questa parte di Piemonte si producono degli ottimi vini. Non a caso la Cantina Sociale più antica d’Italia si trova ad Oleggio, Novara. Claudia spiega che Gattinara è da sempre una zona vocata alla viticoltura. Il suo passato è costellato da cataclismi, come una terribile grandinata, l’11 agosto 1905. Spazzò via tutto, viti comprese. I viticultori dell’epoca dovettero attendere almeno tre anni per cominciare a vedere il frutto del loro nuovo sacrificio. Fu proprio l’anno successivo a questo disastro, nel 1906, che Luigi Nervi costituì la Cantina. La parte più vecchia della cantina è quella da cui comincia il nostro tour. La parte storica dunque. Dove vasi vinari appartenenti a diverse epoche, tini tronco-conici, vasche in cemento del 900, convivono con le moderne vasche in acciaio installate nella parte più recente della cantina, ognuna destinata a produzione e invecchiamento di un particolare vino. Delle famiglia Nervi, tuttavia, non resta più nessuno dal 1975. Una storia complicata quella di questa cantina del Vercellese.

PASSATO E PRESENTE

Luigi Nervi ha avuto un solo figlio, Italo, morto prematuramente all’età di 62 anni, senza eredi. Italo ha lasciato l’azienda ai suoi dipendenti, che l’hanno portata avanti per circa 15 anni. Ma che purtroppo non hanno avuto la forza economica di fare gli investimenti necessari. La proprietà, nel 1991, passa così a Sitindustrie, azienda leader nel settore dell’acciaio. Per questioni economiche, anche Sitindustrie, nel 2007, ha dovuto vendere parte dei suoi rami d’azienda. Tra cui proprio Nervi, che era il suo fiore all’occhiello.

Nel 2010 la proprietà è finita in mano a quattro norvegesi, personaggi di spicco del mondo dell’alta finanza. Tutti tranne uno, importatore di vini che è anche proprietario di due cantine in Francia. In Norvegia, ci spiega Claudia, “il vino è un culto”. Ragion per cui i proprietari hanno voluto lasciare tutto com’era a Nervi. Rispettosi dello stile e dei dipendenti. L’enologo ha 52 anni: la sua avventura è cominciata qui, quando ne aveva solo venti. Merito dei norvegesi quello di introdurre nuove sperimentazioni, in particolare sui rosati e sull’utilizzo delle botti. Si è cercato di ricostruire la storia della Cantina e del Gattinara, finita per sbiadirsi nel tempo, tra tutti i passaggi societari. A Gattinara sono 13 le aziende operative per un totale di 104 ettari. E Nervi è una delle più grandi, con i suoi 30 ettari.

Oggi produce circa 140 mila bottiglie annue di cui 40 mila di rosato di Nebbiolo che va fortissimo in Norvegia. Da solo, il Paese del Nord Europa assorbe circa 20 mila bottiglie. In Europa la Norvegia è non a caso il primo mercato di Nervi. Seguono Francia Inghilterra, Belgio Germania, Svizzera, ma anche Australia, Giappone, Stati Unit. In Italia Nervi distribuisce in Horeca e una parte irrisoria, circa 3 mila bottiglie, finisce in grande distribuzione organizzata. Con una delle loro etichette storiche, quella del Cardinale, principalmente presente sugli scaffali Coop e Ipercoop di Piemonte e parte della Lombardia. Ma ogni dirigente ha i suoi vezzi e l’amministratore delegato attuale ha fortemente voluto adibire una stanza della cantina a Museo. Claudia lo definisce “improvvisato”, perché hanno comprato in blocco le bottiglie da un’enoteca a San Giulio. L’idea era quella di vedere l’evoluzione delle etichette e della denominazione stessa: sono esposte tantissime annate. Luigi Nervi ha richiesto la Doc nel 1967, l’anno successivo al Barolo, mentre la Docg invece è recentissima (1999). Tra le etichette notiamo “Riserva del titolare”, prodotta fino agli anni 70. Poi, quando la legge lo ha consentito, Italo Nervi ha deciso di etichettare con il nome dei cru che a Gattinara sono veramente storici, alcuni citati nel 1200 come il Valferana. Sono presenti anche vecchie bottiglie della linea del Cardinale, quella attualmente in grande distribuzione. Raffigurano il cancelliere Mercurino d’Arborio di Gattinara, che fu Gran Cancelliere alla corte di Carlo V di Spagna nel XVI secolo. Si dice infatti anche che “Spanna”, nome locale affibbiato al Nebbiolo, derivi da Spagna.

LA CANTINA

Nei vari locali ritroviamo stanze con botti di diverse dimensioni e diverse provenienze, alcune enormi, capaci di contenere 7600 litri. Tonneau a media tostatura che però non hanno convinto la proprietà, rilasciano troppi tannini gallici e sentori vanigliati che non vogliono nel loro prodotto. Vasche di cemento che, spiega Claudia, hanno dei grossi vantaggi a differenza dell’acciaio: “Il cemento è microporoso, rivestito da una speciale resina che consente comunque una micro ossigenazione. Il vino non si ossida ed il prodotto è molto sano e pulito”. Negli anni Ottanta molte cantine si sono convertite all’acciaio, le vasche di cemento sono state sostituite e anche Nervi ha seguito questa linea, ma alcune sono rimaste in quanto incastonate nell’edificio come colonne portanti. L’alternativa, scherza Claudia, “sarebbe stata quella di abbattere l’edificio, invece sono rimaste e sono addirittura utilizzate”. Poi ci accompagna nella vasta zona logistica, le bottiglie sono adagiate su placche che Claudia benedice, con i cestelli era un disastro quando se ne rompeva qualcuna: “Sono una grande invenzione – spiega – possono supportare fino a 5 bancali sovrapposti”. Risaliamo nella zona moderna dove ci sono vasche d’acciao a temperatura controllata utilizzate principalmente per il Gattinara base, i rosati e Coste della Sesia. I cru vanno tutti in legno, anche se tutto il Gattinara fa comunque legno. “Il Cardinale destinato alla grande distribuzione – spiega Claudia – non è un prodotto di serie B, è solo una questione di etichette”. Ci spostiamo dunque verso la sala degustazioni, attigua a un altro locale adibito a museo. Qui è possibile vedere le foto dei vigneti, in particolare Molsino e Valferana. Ci sono scatti risalenti al periodo antecedente la grandinata del 1905, quando a Gattinara era tutto vitato: 600 ettari contro i 104 attuali. E poi foto della famiglia Nervi. E una vetrinetta con bottiglie particolari di Gattinara. Claudia ci mostra un fiaschetto che a noi sembra quello del Chianti , ma che qui hanno scoperto fosse in uso per il Gattinara. Una vecchia bottiglia di un vino volutamente “Nebiolo”, un Gattinara del 1964 comprato sfuso e imbottigliato dai Marchesi di Barolo e una mappa catastale dei vigneti di Gattinara scoperta recentemente, che risale al periodo Napoleonico. Gattinara faceva parte dell’impero francese, stupefacente osservarne i dettagli, considerato che all’epoca non esistevano satelliti.

LA NOSTRA DEGUSTAZIONE

Il primo prodotto che vogliamo degustare è il rosato di Nebbiolo. Il tappo è a vite, ci lascia un po’ perplessi, ma Claudia sostiene con fermezza che in Norvegia è un must. L’etichetta è molto particolare, disegnata appositamente da un artista norvegese, anche se è stata molto criticata perché considerata triste e lugubre. Sempre parlando di rosati, Claudia spiega che il Nebbiolo si presta molto ad essere così vinificato, cosa che fanno anche i vicini di Ghemme e Boca, con ottimi risultati. Il prodotto è molto fresco, da bere giovane, il colore è molto chiaro perché il contatto sulle bucce è volutamente breve. Il Gattinara invece è un prodotto completamente diverso. Si presta molto all’invecchiamento, ma non va confuso con il Barolo. Va apprezzato per la sua tipicità, anche perché qui ci sono cloni leggermente diversi. Tra le annate che degustiamo, 2010 e 2011, notiamo leggere differenze di colore. “Dipende molto dalle annate – evidenzia Claudia – e addirittura dai vitigni, tra Molsino e Valferana ci sono grosse differenze, hanno differenti esposizione”. Le vigne sono relativamente giovani, hanno tra i trenta e i quarant’anni, e i terreni sono un mix di argilloso per il 25 per cento. Poi porfidi di origine vulcanica, di colore rossiccio molto carico di ferro: Molsino è più granitico, Valferana più raffinato. E le caratteristiche del terroir si sentono tutte nel calice. La nostra visita si conclude e lascia domande irrisolte. Chissà cosa sarebbe accaduto se la famiglia Nervi fosse stata ancora in vita? Chissà se Italo Nervi, con un nome così patriottico, avrebbe mai potuto immaginare un futuro norvegese per la sua azienda?

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