Mateus Rosé in numeri: storia dell’eterno rosato portoghese classe 1942

Intervista esclusiva di WineMag.it a Sogrape Vinhos: «Arrivati fin qui per restare sulla cresta dell’onda»

Sarà perché è nato in tempi oscuri. Quel 1942 segnato dalla Seconda Guerra Mondiale, ricordata dalla forma della bottiglia, simile alla borraccia di un soldato. Fatto sta che Mateus Rosé si mostra ancora al grande pubblico internazionale senza acciacchi. Nel 2021, l’eterno rosato portoghese compie 79 anni di gloriosa storia. Un “giovanotto” che neppure il Covid-19 è riuscito a fermare. Anzi.

«Ad oggi, vendiamo 21 milioni di bottiglie di Mateus Rosé all’anno», rivela a WineMag.it il brand management di Sogrape Vinhos. Di questi, «più di 1 milione di bottiglie in Italia». Il Bel paese figura in una sorprendente Top 10 delle vendite mondiali.

In testa Australia, Canada e Francia (chi avrebbe mai scommesso su un tale successo nella patria dei rosé?). A seguire Germania, Italia, Portogallo (la casa madre è solo sesta). A chiudere Russia, Spagna, Svizzera e Regno Unito.

Un vino che attraversa con leggerezza otto decenni. Ha saputo evolversi e reinventarsi, rimanendo sempre se stesso. «Le uve originariamente assemblate nel 1942 da Fernando van Zeller Guedes – spiega Sogrape Vinhos – sono sempre le stesse: Baga, Rufete, Tinta Barroca e Touriga Franca».

Ad essersi evolute sono le caratteristiche sensoriali, al passo delle tecniche di viticoltura ed enologia decisamente migliorate rispetto gli esordi, negli anni Quaranta. Oggi, i produttori di vino hanno a disposizione risorse che all’epoca erano inesistenti».

A rendere più semplice il compito, il fatto che Mateus Rosé è un vino prodotto senza indicazione di annata. Frutto, per l’appunto, di un’annuale selezione dei quattro vitigni rossi portoghesi, curata dall’enologo António Braga.

Uve vinificate sostanzialmente “in bianco” – dopo un breve contatto con le bucce utile ad ottenere il tipico “rosa” – provenienti da varie regioni vinicole del Portogallo in cui è presente Sogrape.

L’azienda della famiglia Guedes ha base ad Avintes – sponda sinistra del fiume Douro, a sud della città di Porto – e dispone di 830 ettari complessivi. Dimensioni paragonabili a quelle di realtà cooperative italiane come Cantina di Venosa, in Basilicata, o private come Ferrari Trento, in Trentino.

«Quello che conta – spiega il colosso del vinho portugues – è che il profilo leggero e rinfrescante di questo rosato sia sempre riconoscibile. Crediamo inoltre che il successo non si misuri solo a livello finanziario, ma anche nella capacità di mantenere tendenze sane, vive, attive».

Una lettura capace di risultare sempre accattivante e attraente per i consumatori, conquistandoli. Tutto questo accade mentre Mateus Rosé sta per compiere 80 anni. È arrivato fin qui e vuole restare sulla cresta dell’onda ancora più a lungo»

Uno dei fattori di maggiore successo è la versatilità in tavola, caratteristica imprescindibile per un vino pop. Come indica lo stesso produttore, Mateus Rosé Original è infatti «ideale come rinfrescante aperitivo». Ma si sposa piuttosto bene anche con pesce, frutti di mare, carni bianche, grigliate e insalate.

Sogrape Vinhos fa esplicito riferimento anche a «pasta e altri piatti della cucina italiana», oltre a suggerire il paring «magnifico con diversi stili di cucina orientale, come la cinese e la giapponese».

LA STORIA DI UN MITO

Eppure, tutto è iniziato con un vino che si presentava diverso dal rosé portoghese che oggi tutto il mondo conosce. Un “amber rosé“, per l’esattezza. Ovvero un rosé ambrato. Alcol in volume 11% e 20 g/l di residuo zuccherino (oggi scesi a 15 g/l, con 2,8 g/l di Co2 e un pH che si assesta su 3,2 / 3,3).

Era il 1942 quando il primo enologo di Mateus, il francese Eugene Hellis, iniziava a lavorare alla “formula magica” di un rosé che sarebbe entrato nella storia. Le uve a bacca rossa di quei tempi provenivano da diverse zone, ma di una sola regione: il Douro.

Alvarelhão, Rufete e Mourisco, le meno utilizzate nella produzione del Porto, finirono per essere valorizzate da Mateus. C’è della poesia anche attorno alla prima vinificazione, avvenuta in una cantina in affitto, a Vila Real.

Una cittadina della regione di Tras-os-Montes arroccata a 420 metri sul livello del mare, circondata dai vigneti della Valle del Douro e dalle montagne, non lontana dal punto di confluenza tra i fiumi Cabril e Corgo.

Da lì, il vino veniva trasportato a Porto, per essere poi imbottigliato nei magazzini di Monchique. «La cantina originale di Vila Real – rende noto Sogrape Vinhos – divenne troppo piccola per tenere il passo del trionfo globale di Mateus. Così, nel 1960, Sogrape acquistò la Quinta do Cavernelho, nel quartiere San Mateus di Vila Real».

È l’anno della svolta per il rosato portoghese, che due anni più tardi, nel 1962, può contare anche sul primo impianto di vinificazione, con una capacità di 9 milioni di litri. Ciò significa che a inizio anni Sessanta, la produzione si Mateus poteva assestarsi sui 12 milioni di bottiglie. Già un’enormità.

Era però un vino diverso. Le uve venivano pigiate dopo la decantazione statica senza alcun controllo della temperatura o tempo prestabilito di macerazione. La chiarifica dei mosti, dopo la pressatura, avveniva a temperatura ambiente, con l’utilizzo di alte dosi di anidride solforosa.

Non c’era controllo della temperatura in fermentazione. I lieviti? Non certo quelli “selezionati”, moderni. In questo senso, Mateus Rosé può dirsi uno dei primi “vini naturali rosa” divenuti famosi nel mondo.

Condizioni difficili anche quelle dei magazzini di Monchique. «I dipendenti di Sogrape che vi lavoravano – riferisce il brand management – ricordano con un senso di nostalgia quei giorni di lavoro ininterrotto, quando la maggior parte delle mansioni veniva ancora svolta manualmente».

Le casse di vino arrivavano dal Douro, su camion stracarichi, privi del refrigeratore. Una volta all’interno, gli scatoloni venivano trasportati sulla testa delle donne. Mateus Rosé veniva filtrato su piastre ancestrali e gassato manualmente, prima di essere imbottigliato.

Anche l’intero lavoro di imbottigliamento, etichettatura e confezionamento era svolto a mano. I tappi erano fissati con lo spago, prima di essere sigillati. Le bottiglie avvolte in tessuto, rivestite con la paglia e imballate in scatole di legno.

È sotto la direzione di Fernando Guedes che si compie un altro passo avanti verso la modernità, con la costruzione delle due strutture ad Avintes, ancora oggi centro di imbottigliamento di Mateus.

Nel 1968, la capacità di produzione assicurata da Sogrape arriva a 23 milioni di litri. Ingrana la quinta anche l’imbottigliamento, con tre linee da 240 mila bottiglie al giorno.

LA SVOLTA SUL FRONTE DELLE UVE

Mateus Rosé in numeri: storia dell'eterno rosato portoghese classe 1942

Intanto, nel Douro, la prosperità commerciale del Porto aveva portato a un aumento dei costi delle uve locali. Viste le difficoltà di approvvigionamento e la crescente domanda, Sogrape Vinho decise così, a inizio anni Settanta, di trasferire gran parte della produzione in una nuova cantina.

Lo stabilimento è quello di Anadia, nella regione di Bairrada. Un luogo in cui l’azienda investì cifre galattiche, per la costruzione di uno degli impianti di vinificazione più avanzati d’Europa. Le chiavi del nuovo progetto furono affidate al terzo enologo della storia del rosé più famoso del mondo: João Tavares de Pina. Con il trasferimento della produzione, il vitigno Baga entra nel blend di Mateus.

Questa si è rivelata un’ottima varietà per produrre rosato – rivela Sogrape Vinho – complici anche le caratteristiche pedoclimatiche della regione di Bairrada, influenzata dalle correnti fresche dell’Atlantico e dunque in grado di produrre uve con acidità naturale e amplificare gli aromi primari di frutti rossi. Due fattori che hanno contribuito a migliorare ulteriormente Mateus».

Nel frattempo vengono conclusi i lavori di realizzazione di un’altra cantina, sull’altopiano di Trás-os-Montes, nel nord-est del Portogallo. Già negli anni Settanta, l’azienda sembra aver compreso l’importanza dell’altitudine delle vigne per preservare la freschezza del rosato. Una tematica divenuta oggi attuale, in tutto il mondo, per via dei cambiamenti climatici.

La corsa alle “vette” si materializza non a caso in una regione che ha il suo segreto nel nome: “Tra i Monti”. Situata a un’altitudine di 500 metri sul livello del mare, è l’habitat perfetto per varietà come Tinta Roriz, Touriga Franca e Rufete. Ottime per l’uvaggio di Mateus anche per la loro attitudine a garantire moderate gradazioni alcoliche.

Grandi progressi arrivano negli stessi anni sul fronte enologico. Il team di winemaker Sogrape inizia a chiarificare i mosti mediante centrifuga e a condurre le fermentazioni a temperatura controllata di 16-18º.

Al via anche le prime sperimentazioni di inoculo di lieviti selezionati. «Queste nuove tecniche – rivela la cantina portoghese – hanno ulteriormente aumentato la qualità. Ma la più grande innovazione nella vinificazione di Mateus Rosé è stata la capacità di fermare il processo di fermentazione subito dopo la pressatura delle uve».

Questo ha permesso ai mosti di fermentare tutto l’anno, a seconda della richiesta, consentendo l’imbottigliamento dei vini ancora freschi e giovani. Progressi pionieristici guidati dall’enologo João Tavares de Pina, che hanno dato a Mateus un netto vantaggio sulla concorrenza, in termini di qualità».

Si arriva così al rosato che oggi tutti conoscono, caratterizzato da pétillance e acidità, amalgamate ai frutti rossi. Uno dei mostri sacri dell’enologia industriale internazionale. Più forte del tempo e della pandemia, distribuito in 120 mercati del mondo. Chissà dove saprà ancora arrivare e come sarà in grado di restare al passo coi tempi.

Il primo indizio arriva dai packing innovativi, che collocano la referenza (divenuta nel frattempo una linea di vini a marchio Mateus) nel segmento dei “party wines“, perfetta per giovani (che lo bevono com la cannuccia, in formato mini) e consumatori spensierati. Del resto, tutta la storia di questo vino, pare una festa infinita, intervallata da 79 candeline. Prosit.

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