Primitivo di Manduria Rosato, la nuova Doc ruba mercato. O lo crea modifica disciplinare primitivo di manduria versione rosé

Primitivo di Manduria Rosato, la “nuova Doc” ruba mercato. O lo crea?

Primitivo di Manduria Rosato. Non una nuova Doc, ma una nuova tipologia che il Consorzio tutela vini pugliese ha chiesto al ministero di introdurre. Una mezza rivoluzione per uno dei vini rossi italiani più esportati, soprattutto nella fascia medio-bassa di prezzo. Sulla carta, l’idea è facile da capire: una denominazione forte prova a presidiare anche il segmento rosato. Intercettando consumi più dinamici, più trasversali, più semplici da collocare in Italia e all’estero. Dal punto di vista del mercato, però, la questione è più complessa.

Perché il punto non è se un rosato di Primitivo di Manduria possa avere senso. Il punto è chiedersi se questa nuova tipologia allargherà davvero i consumi oppure se, più realisticamente, finirà per spostare quote, visibilità e valore commerciale all’interno dello stesso perimetro pugliese. In altre parole: creerà mercato nuovo oppure assorbirà mercato già esistente?

PRIMITIVO DI MANDURIA ROSATO: UN NUOVO ROSATO IN PUGLIA

È una distinzione decisiva, soprattutto in una fase in cui il vino non vive una stagione di espansione facile. I consumi internazionali rallentano, le denominazioni ragionano sempre più in termini di posizionamento e difesa del valore. E i territori cercano strumenti per alleggerire la dipendenza da tipologie che faticano di più.

In questo scenario, il rosato appare come una porta d’ingresso interessante. Ma una porta d’ingresso, da sola, non garantisce nuovi ingressi: a volte serve solo a far passare dalla stanza accanto clienti che erano già dentro la casa.

UN ROSATO CHE NON NASCE NEL VUOTO

Il rosato di Primitivo, del resto, non è un’invenzione che nasce oggi. Esiste già, è presente sul mercato da anni come vitigno vinificato “in rosa” e catalogato non come Doc ma come Igp. Ed è stato costruito proprio in Puglia da aziende che hanno saputo trovare linguaggi, stili e collocazioni commerciali efficaci. Per questo parlare di “nuova frontiera” rischia di essere una semplificazione comoda, ma poco precisa. Il nuovo disciplinare Doc dovrebbe avere però indicazioni più restrittive.

La vera novità, di fatto, non è il vino. È il nome che lo accompagnerà in etichetta. E un nome come Primitivo di Manduria Rosato pesa molto più di una generica appartenenza territoriale o varietale. Pesa sugli scaffali, pesa nelle carte dei vini. Pesa nell’export. Pesa nella comunicazione. Una Doc con questa forza identitaria non entra in un segmento in punta di piedi: ci entra con la capacità concreta di ridefinire gli equilibri.

L’altro risvolto della medaglia? Se il consumatore già compra rosati di Primitivo, il rischio è che la futura tipologia Doc non generi una domanda radicalmente nuova, ma spinga semplicemente quel consumatore a scegliere il marchio più forte. L’operazione potrebbe funzionare soprattutto come riallocazione del valore, non come sua creazione.

IL NODO NON È IL PRODOTTO, MA IL BACINO

Sul piano produttivo, l’argomento del Consorzio è comprensibile. Allargare l’offerta significa anche rendere la denominazione meno rigida, meno dipendente da un solo modello di consumo. Meno esposta alle oscillazioni dei rossi strutturati. In teoria, il rosato può servire a intercettare un pubblico diverso, più giovane o semplicemente meno interessato a vini potenti, generalmente alcolici e di forte concentrazione.

Ma questa è soltanto una parte della storia. L’altra parte riguarda il bacino da cui quel pubblico verrà preso. Perché non è affatto scontato che arrivi da fuori. Potrebbe benissimo arrivare da dentro il sistema dei rosati pugliesi. In particolare da quei vini che finora hanno lavorato senza il traino della denominazione più celebre del territorio.

Se domani una bottiglia potrà esibire in primo piano la scritta Primitivo di Manduria Rosato, quanto spazio resterà ai rosati di Primitivo o di Negroamaro e Bombino Nero, alias Salice Salentino e Castel del Monte Bombino Nero Docg, sigle oggettivamente meno forti? Quanto valore si sposterà? Quanta attenzione commerciale verrà drenata? In un contesto di domanda non esplosiva, è difficile pensare che tutto quel peso specifico produca solo crescita aggiuntiva. Più facile immaginare che produca una selezione interna alla stessa Puglia, in primis. Con vincitori e penalizzati.

UNA MOSSA LEGITTIMA, MA NON NEUTRA

Un progetto, dunque, tutto tranne che “neutro”. Ogni estensione di una denominazione importante modifica gli equilibri attorno a sé. E quando la denominazione in questione è una delle più riconoscibili del Sud Italia, l’effetto si amplifica. Il Consorzio, del resto, tutela il nome, ne amplia il raggio d’azione. Cerca nuove occasioni di presidio commerciale. Sarebbe quasi sorprendente il contrario. Ma ciò che è legittimo per la denominazione non coincide automaticamente con ciò che è vantaggioso per l’intero ecosistema dei vini rosati del territorio.

C’è anche un secondo livello, meno visibile ma non secondario: quello identitario. Il Primitivo di Manduria ha costruito la propria reputazione come rosso di intensità, maturità e riconoscibilità. Portarlo sul rosato può essere una scelta intelligente, ma impone anche una disciplina stilistica e narrativa molto precisa. Perché il rischio opposto, in questi casi, è voler usare un nome fortissimo senza aver ancora chiarito fino in fondo quale profilo debba avere il vino per essere davvero distintivo, e non solo commercialmente spendibile.

Una nuova tipologia funziona davvero quando non si limita a capitalizzare una reputazione preesistente, ma riesce ad aggiungere una propria ragione credibile. Se il rosato Doc diventa soltanto il modo più forte per dire qualcosa che il mercato già conosce, allora la sua forza commerciale sarà evidente, ma la sua novità sarà relativa.

PIÙ CHE UN NUOVO MERCATO, UNA CONCORRENZA INTERNA

Probabile, dunque, che la risposta stia nel mezzo. Una quota di mercato nuova, il Primitivo di Manduria Rosato, potrà probabilmente conquistarla. La forza del nome aiuta, la curiosità iniziale pure, e il segmento resta più agile di altri nella rotazione commerciale. Ma immaginare che il grosso della crescita arrivi da consumatori completamente nuovi sarebbe ottimistico.

Più realistico pensare che la futura Doc porti dentro la denominazione un valore che finora circolava in parte fuori da essa. Dal punto di vista consortile, una strategia perfettamente razionale. Dal punto di vista del sistema, assomiglia invece a una partita interna, in cui la denominazione più forte si prende una porzione maggiore di un mercato che esiste già.

PRIMITIVO ROSATO: MANDURIA CREA MERCATO O LO RUBA AL RESTO DELLA PUGLIA?

Per questo la domanda del titolo resta aperta. Il Primitivo di Manduria Rosato non nasce nel vuoto e difficilmente agirà nel vuoto. Ma prima di tutto, con ogni probabilità, ruberà mercato, quantomeno nei segmenti meno premiumizzati e premiumizzanti, come la Gdo. Non in modo scandaloso, improprio. Ma nei termini concreti con cui una sigla più potente finisce per attrarre spazio e attenzione a scapito di chi quel segmento lo abita già, con meno voce commerciale da spendere.

Quella del Primitivo di Manduria Rosato non è una rivoluzione, ma una razionalizzazione del potere commerciale. In tempi normali sarebbe una mossa di espansione. In tempi di consumi fragili, somiglia soprattutto a una ridefinizione dei confini interni del mercato. Legittima. Ma pericolosa. Chianti Rosato docet.

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