Vinifera 2019: boom Piwi, tra moda e futuro. I migliori assaggi al Salone di Trento

Un’edizione all’insegna dei “vitigni resistenti”


TRENTO –
C’è chi li pianta infischiandosene delle normative, aspettando che la burocrazia faccia il proprio corso. E chi invece li coltiva da anni, iniziando finalmente a goderne i frutti. Quel che è certo è che nel Nord Italia, tra giri di false fatture e rischi di denunce penali in cui incorrono alcuni temerari viticoltori, è ormai esplosa la moda dei Piwi.

A confermarlo è Vinifera 2019, il Salone dei Vini Artigianali dell’Arco Alpino in scena a Trento Fiere. Un migliaio gli ingressi all’esordio di ieri, sabato 23 marzo (“giornata fiore” nel calendario biodinamico, perfetta per degustare il vino), tra appassionati e addetti del settore. La manifestazione riapre i battenti oggi, dalle ore 11 alle 19.

Un’edizione che può già dirsi di successo, per l’ottima risposta dei produttori trentini e altoatesini rispetto al primo “ciak” dello scorso anno. Settantatré i vignaioli presenti, con circa 300 vini prodotti nel modo più naturale possibile.

Tra questi, ecco l’esplosione dei vitigni resistenti: i cosiddetti Piwi, acronimo del tedesco Pilzwiderstandfähig. Si tratta di nuove varietà di uva, ottenute incrociando tra loro quelle più resistenti alle malattie fungine.

Piante nemiche delle case “farmaceutiche” e del business dei trattamenti in vigna. Necessitano di pochissime cure, una volta piantate. Ma al contempo è palese il rischio di una proliferazione della viticoltura anche in aree poco vocate. Con il conseguente stravolgimento del concetto stesso di sostenibilità ambientale.

I Piwi, insomma, rischiano di trasformarsi da risorsa a moda pericolosa. Una bomba che rischia di esplodere in mano al settore vitivinicolo italiano. Soprattutto perché sono ancora pochi quelli che convincono nel calice, nonostante il fenomeno si allarghi a macchia d’olio nelle Regioni settentrionali.

E se da un lato i vignaioli premono affinché le varietà resistenti vengano inserite nei disciplinari di produzione – cosa che consentirebbe di incrementale a valore la produzione – dall’altro è ormai evidente il gioco di interessi dei vivai (tra “major” e piccoli nomi) in una guerra senza quartiere per accaparrarsi i cloni più redditizi.

Chi vivrà vedrà, insomma. E per chi ancora si accontenta di bere un vino semplicemente buono – magari meglio se autoctono – ecco i migliori assaggi all’edizione 2019 di Vinifera, Salone dei Vini Artigianali dell’Arco Alpino.

METODO CLASSICO / ANCESTRALI / FRIZZANTI

1) Südtirol Sekt Alto Adige Doc Metodo Classico Brut 2008 “Hausmannhof”, Haderburg. Sua maestà Chardonnay, senza rivali a Vinifera 2019 per la tipologia. Verticale e al contempo largo, affascina con un naso che racconta trame di frutta esotica, sale, miele, fumo e resina. In bocca al contempo verticale e largo. Metodo classico fisarmonica: musica, maestro.

2) HeH, Nove Lune. Alessandro Sala è il responsabile Piwi Lombardia: uno di quelli che coi vitigni resistenti non gioca a fare l’indiano. Lo dimostra col suo HeH, ancestrale da Solaris in purezza che scorre in gola come un fiume. Da bere a secchi, coi suoi 10,5%. Vino da piscina.

3) Valdobbiadene Prosecco Docg frizzante 2017, Malga Ribelle. Bello e raro “esemplare” di “Col Fondo” prodotto in quantità molto limitate: non a caso, in cantina, è già a disposizione la vendemmia 2018 (3.700 bottiglie).

VINI BIANCHI



1) Vino bianco 2017 “Ognicost”, Pinat
. Marco Pinat ha iniziato la sua avventura nel 2015, trovando un appoggio nella sorella Malvina. A Vinifera i due giovani produttori (32 e 27 anni) portano un Verduzzo da strilli. Il migliori bianco per stacco della Fiera 2019, per la capacità di interpretare con assoluta verità e rispetto del terroir uno dei vitigni di maggior pregio del Friuli Venezia Giulia, il più delle volte dimenticato o bistrattato.

2) Vino bianco “Gt” 2017, Weingut Pranzegg. Un Gewurztraminer pensato, concettuale. Potrebbe sembrare un ossimoro, se non fosse davvero questo il risultato del lavoro in vigna di Martin Gojer, che tiene coperto dalle foglie il frutto, fino alla vendemmia. Ne scaturisce un Traminer masticabile più che succoso, vagamente tannico. Certamente gastronomico, senza rinunciare alla gran bevibilità assicurata dall’aromaticità varietale.

3) Soave Classico 2016, Balestri Valda. Lo aspettavamo, questo Soave. Lo desideravamo. A tre anni dalla vendemmia, inizia finalmente a vivere questa bella etichetta fortemente voluta dalla combattiva Laura Rizzotto. Frutto e durezze al posto giusto, per cominciare a parlare di cosa sarà domani (e dopo): meglio e meglio ancora.

4) Mitterberg Igt 2016 “T.N. 99 Sonnarin”, Thomas Niedermayr. Un altro vignaiolo che ha legato a doppio filo la sua carriera con i Piwi. In questo caso si tratta di un blend composto per l’80% da Solaris (piantato nel 1999 e l’etichetta lo ricorda), con Muscaris (10%) e l’altra varietà resistente denominata “50-40” (10%). Zenzero e agrumi al naso, che poi si trasferiscono in un palato di carattere e struttura, avvolto in un piacevole velo aromatico.

5) Igt Venezia Giulia “Soncek”, Zahar Azienda Agricola. Uvaggio “triestino”: 40% Malvasia, 30% Vitovska, 30% Tocai. Due giorni di macerazione, giusto per dare materia al morso, pardon al sorso. Altro bianco gastronomico.

VINI ROSSI

1) Bardolino Superiore Docg Classico 2015 “Avresir”, Villa Calicantus. Per una volta spazio – davanti a tutti – a un grande vino di domani. Un vino da aspettare in vetro un altro annetto, ma già in grado di far capire quanto sarà grande. “Avresir” è il contrario di “Riserva”: aspettiamola.

2) Riviera del Garda Classico Doc Valtènesi 2015 “Estate di San Martino”, La Basia. Giacomo Tincani fuoriclasse del rosato, ma non solo. Lo dimostra con questo rosso. Sessanta giorni sulle bucce per questo blend di vigne di 65 anni di Groppello (50%), Barbera (20%), Sangiovese (20%), Marzemino (10%), che affina per un terzo in cemento e per il resto in barrique usate. Carattere, struttura, longevità assoluta.

3) Alto Adige Südtirol Doc Cabernet Franc 2016 “Lerian”, Seppi Weingut. Solo 1.500 bottiglie per questo splendido Cabernet Franc dell’area del Lago di Caldaro. Grande eleganza nel gioco tra frutto, polpa e durezze minerali.

4) Vallagarina Rosato Igt 2017 “Riflesso Rosi”, Eugenio Rosi. Vino d’arte, capace di coniugare come pochi in Italia la massima piacevolezza a una trama strutturata. Ancor più straordinario se si pensa che si tratta di un Cabernet-Merlot con un tocco di Marzemino, “riflessi” sulle bucce di Nosiola, Pinot Bianco e Chardonnay. Un rosato, tra l’altro, ancora piuttosto giovane: evviva.

5) Teroldego Rotaliano Doc 2016 “Vigilius”, De Vescovi Ulzbach. Famiglia storica, trapiantata a Mezzocorona (TN) sin dal 1600. Un Teroldego che lascia spazio al terroir, senza esasperare il frutto. Piace soprattutto per la vena sapida, che conferisce ulteriore struttura e verticalità al sorso, secondo i canoni della piccola associazione “Teroldego Evolution” che si batte per la tipicità del noto rosso trentino.

MENZIONI
1) Vino bianco Sauvignon Anphora non filtrato 2015 “Garnellen”, Tröpfltalhof
2) Teroldego Rotaliano Doc 2015, Martinelli Andrea
3) Vigneti delle Dolomiti Igt Groppello di Revò, El Zeremia
4) Vino Rosso 2015 “Bau”, La Chimera – Vini di Montagna
5) Vigneti delle Dolomiti Igt Vernatsch 2015, Weingut in der Erben
6) Vino Santo Trentino 2002, Gino Pedrotti

Vinifera 2019: boom Piwi, tra moda e futuro. I migliori assaggi al Salone di Trento

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