IN BREVE
- La masterclass “Great Vineyards for Life” ha presentato a Wine Vision by Open Balkan, a Belgrado, le tecniche per gestire antichi vigneti e garantire la loro longevità attraverso una potatura attenta.
- James Suckling ha condiviso l’esperienza della vinificazione del Pinot Nero del vigneto Mirae, evidenziando l’importanza della cura delle viti per ottenere vini di qualità.
- Marco Simonit ha sottolineato che la potatura deve contribuire alla salute delle piante, non limitarsi a rimuovere il legno vecchio.
- Suckling ha notato un atteggiamento proattivo dei viticoltori serbi, desiderosi di migliorare le loro pratiche agricole.
- Il concetto di longevità della vite è fondamentale per la qualità del vino, rappresentando una responsabilità agricola che si costruisce nel tempo.
Meglio estirpare un vecchio vigneto o investire sulla sua longevità, attraverso una gestione agronomica capace di restituire vitalità alle piante? È la domanda al centro di «Great Vineyards for Life», la masterclass che ha visto protagonisti James Suckling e Marco Simonit a Wine Vision by Open Balkan 2026, ieri, 10 ottobre, a Belgrado. Un incontro dedicato alla salute delle viti, alla potatura e al ruolo dell’uomo nella costruzione di grandi vigneti destinati a durare nel tempo.
A trasformare la teoria in un’esperienza concreta è stata la degustazione di due Pinot Nero prodotti dallo stesso Suckling in Nuova Zelanda, nelle annate 2023 e 2025, presentate per la prima volta in Europa.
Due vendemmie che raccontano l’evoluzione di un progetto vitivinicolo nel quale il critico americano ha deciso di applicare direttamente gli insegnamenti del maestro friulano della potatura. Più contratta e “stanca”, la 2023, all’inizio del percorso agronomico. Ben più espressiva e vitale, la 2025, ultima annata.
MIRAE, IL VIGNETO DI SUCKLING CHE NON DOVEVA SOPRAVVIVERE
Il laboratorio a cielo aperto è Mirae Vineyard, a Martinborough, nella regione neozelandese di Wairarapa. Una proprietà di appena 1,8 ettari, acquistata nel gennaio 2023 da James Suckling e dalla moglie Marie Kim-Suckling. Il vigneto comprende vecchie piante di Pinot Nero, in buona parte messe a dimora nel 1986, alcune delle quali a piede franco.
Al momento dell’acquisto, a Suckling era stato suggerito di sostituire le piante, considerate ormai troppo vecchie e compromesse. La decisione è stata invece quella di tentare il recupero, affidando a Marco Simonit la definizione di un programma agronomico capace di accompagnare le viti verso una nuova fase della loro esistenza.
Non a caso la proprietà è stata chiamata Mirae, parola che in coreano significa «futuro». Un nome che riassume il senso dell’investimento: conservare il patrimonio vegetale esistente, anziché ricominciare da zero.
Il lavoro ha interessato soprattutto la potatura, la selezione dei germogli e la progressiva riorganizzazione della struttura delle piante. Secondo quanto documentato dallo stesso Suckling, gli interventi hanno favorito il recupero del vigore vegetativo, una migliore gestione dei flussi linfatici e un maggiore equilibrio produttivo.
La vinificazione è affidata a Helen Masters, enologa di Ata Rangi. Il Pinot Nero 2025 è stato prodotto anche attraverso fermentazioni in contenitori aperti e in anfore, con successivi affinamenti tra terracotta e legno.
MARCO SIMONIT: IL COMPITO DEL POTATORE È COSTRUIRE LEGNO VIVO
Il cuore della “lezione” di Marco Simonit è stato il rapporto tra potatura e longevità della vite. Un concetto che ribalta una visione puramente sottrattiva dell’intervento del potatore. «Il ruolo del potatore non è soltanto quello di rimuovere il legno prodotto nell’anno precedente o nell’ultima stagione – ha spiegato Simonit –. Il suo primo obiettivo deve essere quello di aggiungere ogni anno una quantità di legno vivo alla struttura della pianta».
La potatura diventa così un processo di costruzione progressiva. Le branche devono svilupparsi nello spazio disponibile, rispettando le distanze tra le viti, quelle tra i filari e le caratteristiche del sistema di allevamento. Non si tratta di individuare un’architettura universalmente superiore. Simonit ha utilizzato anche l’esempio della vite allevata ad alberello, precisando che la scelta della forma non è sufficiente, da sola, a determinare la qualità e la longevità del vigneto.
L’elemento decisivo è la continuità della crescita nel tempo. Dalla struttura del tronco alle branche, fino alla posizione degli speroni, ogni intervento modifica l’evoluzione della pianta. Il principio è quello di preservare il legno vivo e favorire la funzionalità dei flussi linfatici. La potatura non deve quindi essere considerata un’operazione annuale isolata, ma una sequenza di decisioni che influenzano la salute della vite per decenni.
«LA VITICOLTURA NATURALE NON ESISTE: È AGRICOLTURA»
Particolarmente significativa la riflessione di Simonit sul concetto di naturalità. «Mi chiedono spesso che cosa penso dei vigneti e dei vini naturali. Penso che stiamo comunque parlando di agricoltura – ha confessato Simonit – non è natura. Avete mai visto una vite allo stato naturale? Una vite naturale è una pianta rampicante».
Un’affermazione che non va letta come una contestazione delle pratiche enologiche associate al vino naturale. Simonit ha concentrato piuttosto il proprio ragionamento sul rapporto tra coltivazione e intervento umano. Una vite che cresce spontaneamente in un bosco segue dinamiche profondamente diverse da quelle di una pianta allevata per produrre uva da vino. Il vigneto è inevitabilmente un ambiente modificato e gestito dall’uomo.
Questo non significa ignorare la natura. Al contrario, secondo Simonit, il compito del viticoltore è comprendere l’ecosistema in cui opera e cercare di lavorare in equilibrio con esso. È qui che assume importanza l’insieme delle pratiche agronomiche: potatura, selezione dei germogli, gestione della chioma e osservazione continua delle condizioni delle piante.
Interventi che devono essere considerati parte di un unico sistema. Il buon lavoro in vigneto richiede quindi tempo, ricerca e presenza costante tra i filari. La longevità non è una caratteristica che si può ottenere attraverso una singola tecnica, ma il risultato di una gestione coerente e continuativa.
SUCKLING: «IN SERBIA VOGLIONO SAPERE COME MIGLIORARE»
Nel corso della masterclass è emerso anche un confronto tra la disponibilità all’innovazione dei viticoltori serbi e l’atteggiamento che Suckling ha incontrato in altri Paesi. Il critico americano ha raccontato come, in territori dalla lunga tradizione vitivinicola, tra cui Francia e Italia, le indicazioni di Simonit possano incontrare resistenze legate alle consuetudini tramandate da una generazione all’altra.
«No, no, mio nonno faceva così», è una delle risposte che Suckling ha riferito di aver sentito di fronte alla proposta di modificare una pratica consolidata. In Serbia, durante le visite effettuate nei giorni precedenti alla masterclass, il critico ha invece osservato un atteggiamento differente. «Diteci semplicemente come possiamo fare meglio», ha riferito Suckling, sintetizzando la reazione dei produttori locali alle indicazioni ricevute.
Un approccio che lo ha colpito per la rapidità con cui i viticoltori si sono dimostrati disponibili ad ascoltare e prendere in considerazione i cambiamenti suggeriti. Le osservazioni riguardavano aspetti concreti della gestione della vite, come il numero di germogli lasciati sui nodi, la selezione delle gemme e altre pratiche capaci di influenzare l’equilibrio vegetativo.
«Quello che ho trovato davvero interessante negli ultimi giorni – ha sottolineato Suckling – è questa autentica volontà di rendere le cose migliori». Una disponibilità che, nella sua esperienza, rappresenta un elemento favorevole allo sviluppo qualitativo della viticoltura serba.
DAL VIGNETO AL BICCHIERE: IL SENSO DI «GREAT VINEYARDS FOR LIFE»
Il progetto Mirae offre una chiave di lettura concreta della filosofia condivisa da Simonit e Suckling. Da una parte la conservazione del patrimonio viticolo, dall’altra la ricerca di una qualità che deve trovare espressione nel vino.
Per Suckling, impegnato da decenni nella valutazione dei vini di tutto il mondo, produrre direttamente Pinot Nero ha significato confrontarsi con decisioni che precedono di molto il momento della degustazione. La gestione della vite, la risposta delle piante agli interventi, le condizioni delle singole vendemmie e le scelte enologiche entrano a far parte di un processo complesso, del quale il vino rappresenta il risultato finale.
Ma il critico ha richiamato anche un principio apparentemente semplice: un grande vino deve essere piacevole da bere. Eleganza, freschezza e capacità di invogliare a un secondo bicchiere restano elementi centrali nel giudizio qualitativo, accanto alla complessità e alla struttura.
È un concetto che si collega alla visione agronomica di Simonit. L’obiettivo non è soltanto ottenere una grande vendemmia, ma preservare le condizioni perché la vite possa continuare a produrre uve di qualità negli anni successivi. La masterclass Wine Visione Open Balkan di Belgrado ha messo così in discussione un automatismo ancora diffuso: considerare l’invecchiamento delle piante una ragione sufficiente per procedere al loro espianto.
L’esperienza neozelandese di Suckling suggerisce una strada alternativa. Prima di sostituire un vecchio vigneto, occorre comprenderne le condizioni e valutare se una gestione agronomica differente possa restituirgli equilibrio e vitalità. La longevità della vite diventa così parte integrante del concetto di qualità del vino. Non soltanto un patrimonio da conservare, ma una responsabilità agronomica che si costruisce anno dopo anno.






