C’è un momento, nella vita di ogni denominazione del vino, in cui bisogna scegliere cosa diventare da grandi. Un vino identitario. Un simbolo territoriale. Una bandiera agricola. Oppure un fascicolo processuale.
Il Turlupì di Scorzavacca Superiore, fino a poco tempo fa, era un rosso fragrante, speziato, lievemente tannico, con una piacevole nota di ciliegia sotto spirito e fieno. Da qualche ora è anche un caso.
Ma non un caso enologico: un caso giudiziario, vero e proprio. Di quelli con la ricostruzione, il testimone che non ha visto l’inizio ma ha sentito il botto. Il tavolo rovesciato, la bottiglia brandita. L’immancabile escalation contraddittoria.
LA FESTA DEL TURLUPÌ E IL MISTERO ALLO STAND
Siamo a Scorzavacca, ridente località della Bassa Alta, quella zona d’Italia in cui ogni paese ha tre cose: una torre medievale, una sagra e un produttore che non saluta l’altro dal 1998. La Festa del Turlupì nasce per celebrare il vitigno autoctono Turlupì. Uva antica, resistente, capace di sopravvivere alla fillossera, alla grandine, ai disciplinari, ai Comitati nazionali, a Lele Adani e Antonio Cassano contro Max Allegri e ai comunicati stampa con la parola “resilienza”, ma soprattutto al binomio “tradizione e innovazione”.
Non era però preparata a sopravvivere a un’animata discussione finita a schifio tra il cavalier Aristide Barbagallo, patron della cantina Barbagallo & Figli, e Nerino Fiaschetti, titolare della Fiaschetti Vini, Grappa, Premiscelati, Ricchi premi e cotillon & Chi più ne ha più ne metta.
I due, secondo fonti non ufficiali ma molto ben sedute al bar, si sarebbero incrociati intorno alle 13.17 davanti allo stand numero 7. Lì il clima era già teso. Non per il meteo, ma per la mancanza d’ossigeno nella stanza in condivisione col nemico d’una vita.
LE VERSIONI CONTRAPPOSTE: IL BICCHIERE, LO SGUARDO, IL PRESUNTO “ASSAGGINO”
Secondo la versione Barbagallo, Fiaschetti si sarebbe avvicinato con passo minaccioso, chiedendo un calice di Turlupì. Fin qui tutto normale. Il problema sarebbe nato dopo, quando il richiedente avrebbe aggiunto: «Però dammi quello buono, non quello che mandi ai concorsi».
Una frase che, in una festa di paese, può avere tre effetti: silenzio, gelo. O ambulanza. Barbagallo sostiene di avere risposto con compostezza istituzionale: «Nerino, torna al tuo stand». Fiaschetti, invece, racconta un’altra scena. Dice di essersi presentato «da signore», di avere chiesto «un assaggino democratico» e di essere stato accolto da un’espressione «da sommelier contrariato davanti al bag-in-box».
A quel punto, sempre secondo Fiaschetti, sarebbe partito il primo sputo. Barbagallo nega. Anzi, pare abbia precisato: «Non sputo mai durante le degustazioni, al massimo dopo». La Procura del Consorzio, che non esiste ma in questi casi farebbe comodo, acquisirà probabilmente il secchiello, sfuggito comunque all’alcol test ministeriale.
IL BODYGUARD, LA BOTTIGLIA E IL TESTIMONE CHE STAVA PRENDENDO IL sedicesimo GRISSINO
Nella ricostruzione compare anche un terzo uomo. Si chiama Gennarino Lombrico, detto “Er Decanter”. Ufficialmente panettiere. Ufficiosamente accompagnatore alle degustazioni di Turlupì. Esteticamente, secondo più testimonianze mai confermate, «uno vestito da becchino, che non sembrava lì per capire il terroir».
Barbagallo sostiene che il Lombrico sia arrivato «come una vendemmiatrice meccanica», travolgendo sedie, brochure e una signora ipovedente di Canicattì che stava solo cercando il bagno. Fiaschetti ribatte che il suo accompagnatore «ha solo impedito una tragedia», limitandosi a un gesto tecnico di contenimento: una presa al collo definita «abbraccio preventivo». La insegnano a Judo, ma non a tutti.
Il testimone chiave è Osvaldo Cavatappi, produttore della vicina frazione di San Mostimetro. Dice di non avere visto l’inizio. Naturalmente. Nei casi italiani nessuno vede mai l’inizio. Tutti però sentono il rumore.
«Ho sentito un tonfo, poi ho visto una bottiglia in aria», avrebbe dichiarato Cavatappi, ancora provato. «A dir la verità – avrebbe aggiunto – non sono sicuro fosse solo una bottiglia. Forse era una verticale 2012-2020, finita orizzontale».
IL DANNO ALLA DENOMINAZIONE: DALLE NOTE DI ROSA APPASSITA ALLE NOTE DEL PRONTO SOCCORSO
Il vero ferito, però, è il Turlupì. Fino a ieri cercava spazio sulle carte dei vini. Oggi rischia di finire nelle carte bollate. Il Consorzio di tutela, riunito d’urgenza nella saletta sopra la Pro Loco, ha diffuso una nota in cui invita «a riportare il confronto sui binari della valorizzazione territoriale». Tradotto: basta menarsi davanti a wineloversz ed importatori, piuttosto dietro le quinte del circo del vino comunale.
Il presidente del Consorzio, Adalberto Svinacci, ha parlato di «episodio isolato», altrimenti «avrebbe garantito preventivamente la scorta agli altri produttori presenti e un giubbotto antiproiettili al posto della tracolla porta calice, ai wineloversz». Come sempre, in Italia, tutto è isolato: la grandine, le frane. Le guerre condominiali. I produttori che si rincorrono tra gli stand. Poi, quando vai a vedere, l’episodio isolato ha un gruppo WhatsApp.
Nel frattempo, il disciplinare del Turlupì potrebbe essere aggiornato. Oltre a resa per ettaro, gradazione minima e affinamento, sarà forse inserita una nuova voce: distanza obbligatoria tra produttori storicamente incompatibili. Più che una novità, una precauzione che il Comitato nazionale vini sarà chiamato a ratificare, prima di passare la patata bollente a Bruxellesz.
Bruno vespaZ valuta un PLASTICO DELLA SAla. L’indiscreZione shock: sarà di sughero
Per capire la dinamica, servirebbe un plastico non di plastica, ma di sughero. Del Bruno nazionale, Vespaz, ça va sans dire. Con gli stand, il banco assaggi, la cassa dei calici. Sarà indicato persino il punto in cui la signora di Canicattì ha perso l’orientamento, sulla via del bagno. E quello in cui il Turlupì ha perso la reputazione (non per sempre, si spera).
Ma in zona, da giorni, aleggia una domanda: chi ha cominciato? Forse non lo sapremo mai. Come non sapremo mai perché nelle sagre del vino ci siano sempre tavoli troppo leggeri, bottiglie troppo pesanti (non ditelo a Greta) e produttori convinti che il prestigio territoriale si difenda meglio con una diffida o un insulto, che con un buon comunicato stampa, di quelli senza la parola “resilienza” e il binomio “tradizione e innovazione”.
Il Turlupì di Scorzavacca Superiore voleva diventare grande. Voleva essere raccontato per il suo profumo di viola, la sua beva agile. La sua biodiversità, le vigne vecchie. I suoli marnoso-sabbiosi-calcareo-vulcanico-polverosi-spremuti-infranti-contemporaneamente fluidi. E quella bella acidità che piace tanto ai mercati del Nord Europaz, abituati al succo di betullaz.
Invece è finito nel genere “crime”. Perché da Pinchiorriz a Netflixz, il passo è breve in questo mondo del vino disastrato, dove chi ha rotto continua a rompere, imperterrito e fiero. E i cocci non sono mai stati suoi, ma dei posteri. E adesso, quando qualcuno chiederà: «Che vino è il Turlupì?», il rischio è che la risposta non sia più «un rosso autoctono di grande personalità», ma «un rosso autoctono in preda agli ego senza misura».
E così, via andare. Fino alla prossima volta in cui faremo tutti un po’ più ridere. Smettendo di fare i seri per finta. A proposito: la signora ipovedente di Canicattì ha trovato il bagno: sta bene e lotta con noi. Prosit.






