C’è un momento, in certi ambienti professionali, in cui il tempo smette di essere solo un’unità di misura e diventa un problema. Non per chi avanza, ma per chi resta fermo. Una cena tra produttori di vino e giornalisti di età diverse può trasformarsi, così, in un caso istituzionale. Una battuta, una risata fuori posto. Un applauso indirizzato altrove. E qualcosa si incrina, nella testa del giornalista (o della giornalista) con qualche primavera in più sulle spalle.
DAI COMPLIMENTI AL RISENTIMENTO
Di recente, ne ho avuto l’ennesima prova. La reazione emotiva di alcuni colleghi più anziani al riconoscimento di loro colleghi più giovani, spesso non è sana, nel settore del vino italiano. Quando il consenso si sposta, quando qualcuno “nuovo” riceve attenzione, credito o anche solo ascolto, viene considerato un affronto.
La gelosia professionale non è un incidente. È una struttura. Si manifesta con piccoli segnali: complicità selettive, risate eccessive. Silenzi strategici, improvvisi irrigidimenti. Fino allo scatto. La scenata. Lesa maestà. «Perché io sò io». E lui? «È arrivato dopo». Cosa faccia, non conta.
I COMPLIMENTI A UN GIOVANE GIORNALISTA: UN RISCHIO
Il contesto pubblico amplifica tutto. Una battuta può diventare un atto politico. Un complimento, una dichiarazione di campo. E chi si sente escluso da quel circuito di riconoscimento reagisce. Non sempre con lucidità.
Il punto non è chi ha ragione nel merito. Il punto è chi regge il confronto senza trasformarlo in un conflitto personale. Chi sa distinguere tra complimenti e paragoni. Tra il proprio ruolo e l’ego. Perché quando queste distinzioni saltano, ogni parola rivolta ad altri viene vissuta come un attacco. Ogni applauso, diventa una sottrazione.
IL CONFLITTO CON I GIOVANI GIORNALISTI DI VINO
C’è poi un tema più ampio, che attraversa molti settori: il rapporto tra chi è arrivato prima e chi sta arrivando. Non è una questione anagrafica pura. È una questione di postura. Ci sono professionisti maturi che restano curiosi, aggiornati, competitivi. Che continuano a viaggiare e sanno dove va il mondo. E ce ne sono altri che vivono ogni nuova voce come una minaccia. Stretti nella bolla di sapone di certezze personali che, evidentemente, non sono poi così certe.
Il problema nasce quando il passato diventa un rifugio. Quando l’esperienza smette di essere valore e diventa scudo. Quando si pretende riconoscimento non per ciò che si fa oggi, ma per ciò che presumibilmente si è stati e che il mondo dovrebbe continuare a riconoscere e celebrare. Il mondo, però, non funziona così. Non più.
IL CORTOCIRCUITO DEL RISENTIMENTO
Il risentimento è lento. Si accumula. Non esplode all’improvviso: cova. Si alimenta di episodi minori, di percezioni, di confronti impliciti. Poi basta poco. Una frase. Una risata. Un gesto. Un posto assegnato al tavolo sbagliato. E tutto viene fuori, spesso in modo sproporzionato rispetto al fatto scatenante.
È qui che si misura la differenza tra solidità e fragilità professionale. Non nella competenza tecnica, ma nella gestione del proprio posizionamento rispetto agli altri. Nel settore del vino, il complimento di un produttore a un giovane degustatore e giornalista è inaccettabile, in presenza di suoi colleghi (o colleghe) più “attempati”.
FATE LA PACE CON LE RUGHE DELL’EGO
Le rughe, in questa storia, non sono anagrafiche. Sono simboliche. Sono il segno del tempo che passa, delle posizioni che cambiano, delle gerarchie che si muovono. Accettarle significa accettare che il proprio ruolo non è immutabile. Rifiutarle significa entrare in guerra con se stessi e con tutto ciò che rappresenta il nuovo.
Fare pace con le proprie rughe significa continuare a stare nel gioco – se questo è il desiderio – senza trasformarlo in una battaglia personale. Accettare che qualcun altro possa brillare, senza che questo oscuri il proprio percorso. Perché, alla fine, il problema non è il talento degli altri. È il modo in cui ci si guarda allo specchio, finendo poi per vomitare rancori e frustrazione sul prossimo. «Perché io sò io». E lui? «È arrivato dopo». Cosa faccia, non conta.






