Sicilia Doc un'isola continente (e un laboratorio del vino) (3)

Sicilia Doc: un’isola continente (e un laboratorio del vino)

IN BREVE
  • La Sicilia è un continente in miniatura con un mosaico geografico che crea condizioni ideali per la viticoltura.
  • Il vigneto siciliano conta circa 97 mila ettari, con oltre 32 mila ettari coltivati in biologico, il dato più alto in Italia.
  • Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia promuove l’identità dei vini siciliani ai mercati internazionali, valorizzando i vitigni autoctoni.
  • Le cantine siciliane stanno esplorando nuovi stili, combinando tradizione e innovazione nei vitigni autoctoni e internazionali.
  • La Sicilia Doc rappresenta un’opportunità di export attraverso un racconto coerente del territorio e delle sue eccellenze vitivinicole.

La Sicilia è un’isola solo per chi la guarda sulla mappa. Per chi la attraversa, ma soprattutto per chi la coltiva, è un continente in miniatura. Lo ripetono i siciliani stessi, da tempo: mare su tre lati, montagne, colline, altopiani bruciati dal sole. Isole minori che sembrano satelliti e, sullo sfondo, l’Etna che ricorda a tutti che qui la terra è viva e brucia. Basta spostarsi di qualche decina di chilometri per cambiare ogni volta paesaggio, suolo e clima: coste ventilate, zone interne calde e asciutte, rilievi freddi, versanti vulcanici umidi. Un mosaico geografico che rende la Sicilia uno dei territori viticoli più variegati d’Europa.

LA FONDAZIONE SOSTAIN SICILIA

Questa varietà è la ragione per cui la vite, in questa isola-continente, ha trovato condizioni ideali praticamente ovunque. Il vigneto siciliano sfiora oggi i 97 mila ettari. Una superficie enorme, che da sola vale circa tre volte l’intero vigneto della Nuova Zelanda. E dentro questo numero c’è un altro primato decisivo: oltre 32 mila ettari sono coltivati in biologico, il dato più alto in Italia. La Sicilia, dunque, come un gigantesco laboratorio di viticoltura sostenibile. Un micro.continente dove clima e ventilazione naturale (e la distanza dal resto del continente vero) permettono di lavorare riducendo gli interventi. Anche per questa ragione è nata, su spinta del consorzio e di Assovini Sicilia, la Fondazione SOStain Sicilia. Un programma aperto a tutte le realtà vitivinicole che scelgono di misurare e limitare il proprio impatto sulla base di misurazioni concrete (water e carbon footprint, riduzione del peso delle bottiglie, scelta oculata per quanto riguarda i tappi).

Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia, che nel 2026 compie 12 anni, ha, in questo contesto, un ruolo piuttosto chiaro. Dare una direzione comune a un sistema vastissimo, rafforzare l’identità dei vini siciliani e comunicarla soprattutto sui mercati internazionali. L’immagine scelta è quella del mosaico, fatto di tessere molto diverse tra loro ma in grado di comporre un’immagine armonica e (soprattutto) riconoscibile come disegno unico da lontano. Magari dalla prospettiva, ambiziosa, del mercato internazionale. Il rischio dell’operazione – vista l’estrema varietà dei territori e delle identità dell’isola-continente – è l’ottenimento di un effetto patchwork più che di un effetto mosaico. Un rischio scongiurato dalla volontà del consorzio di far partire il racconto della Doc da un pilastro indiscutibile e comune a tutte le aree della Sicilia: la presenza e la valorizzazione dei vitigni autoctoni.

LA FORZA DEI VITIGLI AUTOCTONI

Sono quattordici i vitigni autoctoni siciliani: carricante, catarratto o lucido, damaschino, grecanico, grillo, insolia o ansonica e moscato d’Alessandria o zibibbo per le uve bianche. Alicante, frappato, nerello cappuccio, nerello mascalese, nero d’Avola, nocera e perricone per quanto riguarda invece le uve a bacca scura. Interessante la parabola del catarratto o lucido – parliamo di circa 30 mila ettari coltivati, cosa che lo rende il vitigno più diffuso dell’isola – che sta dando ottimi risultati anche in versione spumante grazie alla sua acidità, sapidità e freschezza: doti di durezza che portano nel calice un prodotto apprezzato anche da chi vede nel trend della spumantizzazione solo una questione di mercato.

Questo è il segnale: le uve autoctone siciliane non sono più confinate agli stili tradizionali, ma diventano terreno di sperimentazione. Il lavoro del Consorzio sta nel tenere insieme tutela e sperimentazione, incoraggiando produttori e territori a esplorare nuove interpretazioni senza perdere il legame con le origini. Il lavoro è duro, ma la Sicilia è una terra che non teme la fatica.

TRE POLAROID DALLA SICILIA DOC

Polaroid 1 – Rapitalà

Sicilia Doc un'isola continente (e un laboratorio del vino) (1)

Tra le colline dell’Alcamo Doc, a Camporeale, Tenuta Rapitalà ha l’aspetto del giardino che ha dato l’origine al suo nome (Rabat-Allah, “Giardino di Allah”). Fondata alla fine degli anni Sessanta dall’incontro tra la cultura enologica francese del conte Hugues Bernard de la Gatinais e la tradizione siciliana della famiglia Guarrasi, Rapitalà lavora su oltre 150 ettari a corpo unico tra i 300 e i 600 metri. Argille, sabbie e tufo convivono nello stesso spazio, creando micro-terroir distinti che vengono gestiti con un approccio biologico certificato. L’anima internazionale è ben espressa dalla scelta di interpretare soprattutto vitigni internazionali, appunto: Cabernet Franc, Pinot Nero (entrambi proposti in blend col locale Nero d’Avola nelle etichette Hugonis e Nuhar), Syrah e Chardonnay. è Silvio Centonze, enologo di Tenuta Rapitalà, a portare avanti dal 1999 l’idea pioneristica di creare un’identità ben riconoscibile, tra locale e internazionale.

Polaroid 2 – Alessandro di Camporeale

Sicilia Doc un'isola continente (e un laboratorio del vino) (1)

Pochi chilometri più in là, il paesaggio rimane collinare ma cambia il tono. Alessandro di Camporeale racconta una storia familiare che attraversa quattro generazioni e arriva oggi nelle mani di Benedetto e Benedetto (“Benedetto il rosso” e “Benedetto il nero”, non semi delle carte né Stendhal ma colore di capelli). Il vigneto, circa 40 ettari tra i 300 e i 600 metri, poggia su suoli calcareo-argillosi e sabbiosi, ventilati ma ben protetti dalla conformazione morfologica del paesaggio. Il lavoro tra i filari segue una logica agricola molto concreta: gestione manuale della vigna, sovescio, attenzione alla biodiversità, enologia poco invasiva. Anche qui varietà autoctone convivono con quelle internazionali: l’enologo Benedetto Alessandro ha messo al centro della produzione il Catarratto (Benedè e Monreale bianco sono al 100% prodotti con uve Catarratto Lucido ed Extra Lucido), il Nero d’Avola e il Perricone, con qualche excursus tra Syrah e Sauvignon Blanc. Interessante il Metodo Classico extra brut sboccatura tardiva: Catarratto Extra Lucido affinato 72 mesi sui lieviti, quel tanto che basta per dare alla bolla un aroma di fine pasticceria mandorlata.

Polaroid 3 – Baglio di Pianetto

Sicilia Doc un'isola continente (e un laboratorio del vino) (2)

Infine, si sale. A sud di Palermo, verso Piana degli Albanesi, c’è Baglio di Pianetto. Siamo a circa 650 metri di altitudine, tra montagne e boschi. Qui si parla di “Sicilia d’altura”: estati meno torride, escursioni termiche marcate, venti costanti. Fondata negli anni Novanta dal conte Paolo Marzotto, l’azienda nasce per interpretare il territorio siciliano con il rigore dei grandi château europei. Oggi la cantina ha preso una direzione nuova, grazie a un nuovo progetto di accoglienza turistica ma, soprattutto, alla volontà della nuova gestione di mettere al centro del progetto i vitigni autoctoni siciliani: Catarratto, Insolia, Grillo e Frappato, con qualche eco del passato – Viognier e Syrah – a fare da spalle. Dell’esperimento più interessante, il vino dolce Era Passito, abbiamo già parlato in questo articolo*: la viola Ucriana, endemica delle montagne intorno al Baglio, è uno dei simboli di una rivoluzione che nasce dal territorio. Rivoluzione dal basso che, sola, può rendere il mosaico della Sicilia Doc un racconto coerente, esportabile.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI WINEMAG!