IN BREVE
- Il Romagna Sangiovese si estende su 295 mila ettari, con 5.600 ettari dedicati al Sangiovese, in un contesto territoriale complesso e ricco di identità.
- Le sottozone, oggi 16, sono strumenti per valorizzare l’identità locale e rafforzare la consapevolezza territoriale nella viticoltura.
- Le sottozone nascono da richieste dei produttori e servono a recuperare identità storiche e culturali radicate nel territorio.
- Insieme alle sottozone, si utilizzano cinque macroaree per interpretare le relazioni tra le diverse sottozone del Romagna Sangiovese.
Sedici sottozone, 5.600 ettari di Sangiovese, 120 chilometri da est a ovest e un mosaico di territori che sfugge a qualsiasi semplificazione. Questa la lettura del Romagna Sangiovese offerta da Alessandro Masnaghetti nel contesto di Vini ad Arte a Milano. Non una somma di vigneti, ma un sistema di comunità, geologie, valli e tradizioni che trova nelle sottozone uno strumento di identità prima ancora che di valorizzazione commerciale.
Un racconto che parte dalla geografia ma finisce inevitabilmente nella storia, nella sociologia e persino nella toponomastica. Perché «il contesto è estremamente importante», soprattutto in una denominazione che si estende su quasi 300 mila ettari di superficie complessiva tra Ozzano dell’Emilia e Rimini.
ROMAGNA NON È EMILIA
La Romagna vitivinicola coincide con una realtà storica e culturale ben definita, distinta dall’Emilia. Una distinzione che deve essere compresa e rispettata anche quando si racconta il vino.
Il cuore della Romagna coincide con le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, ma storicamente il territorio si estende anche verso Imola e il Sillaro, oltre a comprendere aree della cosiddetta Romagna Toscana e alcune porzioni oggi amministrativamente appartenenti alle Marche.
Una complessità territoriale che spiega già da sola perché il Romagna Sangiovese non possa essere interpretato come una denominazione monolitica.
UN TERRITORIO IMMENSO PER IL SANGIOVESE
I numeri aiutano a comprendere la scala del fenomeno. L’area della denominazione interessa circa 295 mila ettari, con circa 14 mila ettari vitati complessivi e 5.600 ettari dedicati al Sangiovese.
Una dimensione che non ha paragoni con molte delle aree italiane più celebri. Per avere un termine di confronto diretto, il Chianti Classico si sviluppi su circa 70 mila ettari complessivi. La Romagna del Sangiovese è dunque un territorio molto più ampio, articolato e diversificato.
IL VERO SPARTIACQUE: VENA DEL GESSO E SPUNGONE
Se c’è un elemento che più di ogni altro aiuta a leggere la Romagna del vino è l’asse costituito dalla Vena del Gesso Romagnola e dallo Spungone. Non si tratta semplicemente di emergenze geologiche. Sono veri e propri spartiacque paesaggistici, climatici e viticoli.
A nord di questa linea si concentra la parte più densamente vitata della denominazione. A sud si entra progressivamente in ambienti più appenninici, freschi e boscosi. La differenza è evidente anche osservando il paesaggio: da una parte colline intensamente coltivate, dall’altra vallate dominate dal bosco e da una viticoltura molto più rarefatta.
È qui che la geografia smette di essere una disciplina teorica e diventa uno strumento concreto per interpretare il carattere dei vini.
SEDICI SOTTOZONE PER RACCONTARE LA DIVERSITÀ
Le sottozone del Romagna Sangiovese rappresentano oggi il principale strumento di lettura della denominazione. Il primo gruppo è stato introdotto nel 2011. Successivamente il sistema è stato ampliato fino ad arrivare alle attuali 16 sottozone:
- Bertinoro
- Brisighella
- Castrocaro-Terra del Sole
- Cesena
- Coriano
- Imola
- Longiano
- Marzeno
- Meldola
- Modigliana
- Oriolo
- Predappio
- San Clemente
- San Vicinio
- Serra
- Verucchio.
La loro introduzione non è stata il risultato di una pianificazione teorica dall’alto. Al contrario, come spiega il direttore del Consorzio Filiberto Mazzanti, «il percorso nasce dalle richieste dei produttori e passa attraverso lunghi processi di valutazione tecnica e condivisione interna».
Un iter che richiede tempo e che punta a consolidare una reale consapevolezza territoriale prima ancora della modifica del disciplinare.
LE SOTTOZONE NON SERVONO A FARE MARKETING
È probabilmente questo il passaggio più interessante che emerge dal seminario. Nel dibattito contemporaneo, MGA, UGA e sottozone vengono spesso interpretate come strumenti promozionali. Secondo il cartografo piemontese, però, questa lettura è riduttiva.
«Non sono strumenti di promozione, ma strumenti di affermazione», spiega Masnaghetti. Le sottozone servono a recuperare e valorizzare identità già esistenti, spesso radicate nella storia locale, nelle vallate, nei comuni e perfino nelle diocesi.
Non a caso, molte delle attuali delimitazioni coincidono con aree che da decenni, o addirittura da secoli, vengono riconosciute dagli abitanti come entità geografiche distinte. Da qui l’importanza della toponomastica, delle comunità e delle relazioni storiche tra territori vicini.
PERCHÉ LE SOTTOZONE NON SEGUONO LA GEOLOGIA
A prima vista, la Romagna sembrerebbe offrire una suddivisione quasi naturale. Argille azzurre, formazioni marnoso-arenacee, colombacci, sabbie marine, Vena del Gesso e Spungone costruiscono infatti un mosaico geologico molto leggibile.
Eppure le sottozone non sono state disegnate seguendo esclusivamente questi criteri.La ragione è semplice: la geologia può spiegare un territorio, ma non può sostituirne l’identità. Una delimitazione funziona soltanto quando corrisponde a un luogo riconosciuto dalla comunità che lo abita.
Un’area geologicamente omogenea ma priva di un nome e di una storia condivisa rischia di restare una costruzione teorica. Al contrario, territori come Predappio, Modigliana, Brisighella o Bertinoro possiedono un’identità già sedimentata nella cultura locale e quindi risultano immediatamente comprensibili a produttori e consumatori.
CINQUE MACROAREE OLTRE
Accanto alle 16 sottozone, si introduce anche una lettura più ampia basata su cinque macroaree territoriali:
- Imolese
- Faentino
- Forlivese
- Cesenate
- Riminese
Non si tratta di suddivisioni ufficiali della denominazione, ma di uno strumento interpretativo utile per comprendere le relazioni fra le diverse sottozone.
IL FUTURO DELLA ROMAGNA PASSA DALLA CONDIVISIONE
La riflessione finale va oltre le mappe. L’obiettivo delle sottozone non sarebbe soltanto distinguere territori diversi, ma favorire la crescita di una cultura comune. Confrontarsi, condividere esperienze, discutere stili e interpretazioni può portare, nel tempo, alla costruzione di identità sempre più riconoscibili.
Le sottozone, in questa prospettiva, non rappresentano un punto di arrivo, ma l’inizio di un processo. Un modo per permettere al Romagna Sangiovese di raccontare in maniera sempre più precisa le proprie differenze interne senza perdere quell’unità culturale che continua a distinguerlo nel panorama del vino italiano.






