Crescita del vigneto Europa dopo il 2030, è scontro a Bruxelles

La lettera aperta del presidente di Efow: «Passare dall’1 al 2% mette a rischio i vini a Denominazione»

La crescita del vigneto Europa deve continuare ad essere armoniosa e senza forzature a Bruxelles, anche dopo il 2030. È quanto sostiene Bernard Farges, presidente di Efow (Federazione Europea dei Vini di Origine) in relazione alla proposta della Commissione europea di stabilire una crescita annua del 2% al posto dell’attuale 1%.

Farges ha messo nero su bianco la sua preoccupazione attraverso una lettera aperta, indirizzata al commissario europeo per l’agricoltura Janusz Wojciechowski, alla presidenza del Consiglio portoghese (Ministro dell’Agricoltura Maria do Céu Antunes), nonché al referente per l’organizzazione comune dei mercati, Eric Andrieu.

Efow – la Federazione Europea dei Vini di Origine è molto preoccupata per il futuro del regime di autorizzazione all’impianto della vite dopo il 2030. La nostra organizzazione ritiene che il dibattito sull’estensione del sistema sia manipolato da pregiudizi puramente ideologici e ignora la realtà della vita dei nostri terroir e delle regioni vinicole».

«Il Consiglio e il Parlamento europeo – continua Farges (nella foto, sotto) – hanno mandato messaggi forti e chiari su questo tema: prolungare la durata dell’attuale regime di autorizzazione all’impianto di vite con una crescita annua dell’1%. L’unica questione che i colegislatori dovrebbero discutere in base al loro mandato è la data di fine del sistema (2040 – mandato del Consiglio vs 2050 – mandato del Parlamento europeo)».

Sempre secondo il presidente Efow, la Commissione Europea, «sta superando le sue prerogative proponendo una crescita del 2% annuo del vigneto europeo dal 2031 in poi. Questa proposta di compromesso non rispetta i mandati del Parlamento europeo e del Consiglio. È incomprensibile e irresponsabile perché mette seriamente a repentaglio lo sviluppo armonioso del nostro settore e va contro alcuni degli obiettivi del Green Deal».

Efow ei suoi membri ritengono sia «fondamentale preservare uno strumento che consenta una crescita adattata e dinamica del vigneto dell’Ue» e sottolineano «l’importanza del mantenimento del sistema».

Uno strumento, quello attuale, «che garantisce una crescita sostenibile del vigneto in linea con lo sviluppo dei mercati» che, per questo, «dovrebbe rimanere un pilastro della politica vitivinicola dell’Ue».

L’attuale regime di autorizzazione all’impianto dei nuovi vigneti aiuta a prevenire le crisi di sovrapproduzione e il conseguente calo della qualità. Aiuta a preservare la biodiversità in zone difficili e consente lo sviluppo di aziende agricole familiari, oltre a incoraggiare l’insediamento di giovani viticoltori.

In linea con gli obiettivi del Green Deal, la crescita dell’1% ha consentito ai viticoltori di promuovere la sostenibilità sociale, economica e ambientale.

Nella sua lettera aperta, Bernard Farges ricorda poi che «i dazi Usa su molti vini di denominazione europei e la crisi Covid-19 sono esempi di come il mercato del vino europeo, che era relativamente sano, possa essere rapidamente destabilizzato».

Gli Stati membri, in collaborazione con gli operatori del settore, hanno dovuto adottare misure forti per aiutare i mercati a riprendersi come distillazione, ammasso privato, vendemmia verde, ecc, con il rischio di dover attuare nuove misure anche quest’anno».

«La crisi Covid-19 – continua il presidente di Efow – è tutt’altro che finita; le conseguenze per gli operatori saranno di lunga durata e occorreranno molti anni prima che tornino ai livelli pre-crisi. Nel frattempo, come sottolinea la Commissione europea nel suo rapporto sulle prospettive del mercato agricolo fino al 2030, c’è una tendenza verso una continua diminuzione del consumo di vino a causa dei cambiamenti nelle abitudini di consumo».

È in questo contesto che, secondo Farges, «non ha senso aumentare la percentuale di autorizzazioni all’impianto di viti, che comporterebbe seri rischi di desertificazione rurale, con abbandono di aree difficili e remote e sovrasfruttamento, con trasferimenti in aree ad alta produzione (dai pendii alle valli) che porterebbe instabilità dei prezzi, reddito incerto per i produttori e, di conseguenza, minori investimenti, oltre a uno spreco di risorse dovuto alla sovrapproduzione».

Infine, il presidente della Federazione ricorda che «la viticoltura europea, in particolare la viticoltura a denominazione, ha bisogno di certezza e stabilità. Aumentare significativamente la percentuale di crescita nelle piantagioni non è ciò che i viticoltori cercano in questi tempi difficili».

D’altro canto, i mandati del Parlamento europeo e del Consiglio includono disposizioni per una clausola di revisione del regime di autorizzazione all’impianto di viti: «Questo è un approccio sensato – chiosa Bernard Farges – in quanto consentirà di discutere la percentuale al cospetto della valutazione del sistema e della situazione economica di riferimento».

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