Dazi vino europeo, USWTA a Washington «Danneggiano americani». U.S. Wine Trade Alliance all’Office of the United States Trade Representative

Dazi vino europeo, USWTA a Washington: «Danneggiano gli americani»

IN BREVE
  • La U.S. Wine Trade Alliance avverte che i dazi sul vino europeo danneggerebbero imprese e lavoratori negli Stati Uniti.
  • L’associazione sostiene che vino importato e vino americano non sono competitors, ma parti dello stesso ecosistema economico.
  • Diversi esperti del settore hanno testimoniato sulle conseguenze negative dei dazi per la rete di distribuzione e per l’intera filiera vinicola americana.
  • La mobilitazione ha raccolto supporto da WineAmerica e Wine Institute, chiedendo esclusioni per il vino dai dazi.
  • Il presidente della USWTA, Ben Aneff, sottolinea l’importanza di raccontare la storia per evitare un incremento delle tariffe.

I dazi sul vino europeo danneggerebbero imprese, lavoratori e cantine degli Stati Uniti. È il messaggio portato a Washington dalla U.S. Wine Trade Alliance, intervenuta davanti all’Office of the United States Trade Representative nell’ambito dell’indagine Section 301 sulle politiche contro il lavoro forzato. Non una novità, ma una conferma delle preoccupazioni dell’indotto riguardo alle politiche estere trumpiane, che si riflettono negativamente – in primis – sugli stessi lavoratori americani.

La mobilitazione era stata anticipata da Winemag il 29 giugno, quando la USWTA aveva chiamato a raccolta importatori, distributori e rappresentanti commerciali americani. Il rischio è l’applicazione di un dazio aggiuntivo del 10% sui prodotti dell’Unione europea, vino compreso, pur in assenza di accuse dirette al settore vinicolo.

La scorsa settimana l’associazione ha quindi portato il dossier nella capitale statunitense, sostenendo che vino importato e vino americano non siano concorrenti, ma parti dello stesso sistema economico.

L’AUDIZIONE SECTION 301 A WASHINGTON

L’USTR ha organizzato l’audizione presso la Court of International Trade, chiedendo ai soggetti coinvolti di illustrare anche le possibili conseguenze economiche delle tariffe sui prodotti importati.

La U.S. Wine Trade Alliance ha coordinato le testimonianze di tre operatori rappresentativi di diversi segmenti della filiera: l’importatore Neal Rosenthal, il produttore californiano Tim Mondavi e il rappresentante commerciale Kevin Parks.

Neal Rosenthal, fondatore di Rosenthal Wine Merchant, ha ricordato il ruolo degli imprenditori americani nella costruzione del mercato moderno del vino e della rete distributiva che sostiene tanto le etichette importate quanto quelle prodotte negli Stati Uniti.

«Sono stati gli americani – ha evidenziato Parks – a costruire il mercato del vino negli Stati Uniti e sono gli americani a beneficiarne, molte volte. I vini importati e quelli nazionali non sono in contrapposizione: sono complementari. Sostengono lo stesso ecosistema».

TIM MONDAVI: I DAZI COLPISCONO LE CANTINE AMERICANE

Tim Mondavi è intervenuto come viticoltore californiano di terza generazione. La sua famiglia ha contribuito alla rinascita della Napa Valley dopo il Proibizionismo. Mondavi è oggi fondatore di Continuum ed è stato a lungo enologo di Robert Mondavi Winery.

La sua testimonianza si è concentrata sulle ripercussioni che i dazi sul vino importato avrebbero anche sui produttori statunitensi. Distributori economicamente più deboli dispongono infatti di minori risorse per investire nel personale, sviluppare il mercato e inserire nuove aziende nei propri portafogli.

«Quando i distributori sono solidi, investono nelle persone, nelle relazioni e nelle nuove cantine. Quando sono sotto pressione, l’intero sistema si contrae», ha sottolineato Mondavi.

La tesi è che l’indebolimento degli importatori non trasferisca automaticamente vendite e quote di mercato ai produttori americani. Al contrario, riduce la capacità commerciale della rete che vende entrambe le categorie.

«SENZA VINO IMPORTATO NON POSSO VENDERE QUELLO AMERICANO»

Kevin Parks, rappresentante commerciale a provvigione per Grassroots Wine Wholesalers, in South Carolina, ha portato all’audizione il punto di vista di chi vende quotidianamente vino a ristoranti, enoteche e rivenditori.

Secondo Parks, le etichette importate costituiscono spesso la base del portafoglio che permette a distributori e agenti di presentare con successo anche i vini americani. «Non posso vendere vino americano – ha dichiarato – senza un solido portafoglio di vini importati».

È uno degli aspetti su cui la USWTA aveva costruito la mobilitazione annunciata a fine giugno. Nel three-tier system statunitense, vino europeo e vino americano attraversano spesso gli stessi distributori, le stesse reti vendita e gli stessi canali commerciali. La contrazione di una parte del portafoglio può quindi ridurre fatturato, provvigioni, personale e capacità di investimento dell’intera struttura.

WINEAMERICA E WINE INSTITUTE CHIEDONO L’ESCLUSIONE

Oltre alle testimonianze, la U.S. Wine Trade Alliance ha depositato osservazioni dettagliate sulle conseguenze economiche delle tariffe lungo la catena di approvvigionamento del vino.

Alla mobilitazione hanno aderito anche WineAmerica e Wine Institute, che hanno chiesto formalmente all’USTR di escludere dai dazi il vino e alcuni materiali essenziali per la produzione vinicola.

Rappresentanti commerciali di diversi Stati hanno inoltre firmato una lettera nazionale contro i dazi. L’obiettivo è dimostrare che un dazio sul vino europeo non rappresenterebbe soltanto un ostacolo per produttori italiani, francesi o spagnoli, ma avrebbe ricadute dirette su stipendi, provvigioni e attività economiche americane.

LA LETTERA DEI PIONIERI DEL VINO AMERICANO

La USWTA ha presentato anche una lettera sottoscritta da alcuni dei pionieri del commercio vinicolo statunitense, tra cui Neal Rosenthal, Kermit Lynch e Leonardo LoCascio.

Il documento ricorda che il mercato americano del vino importato è stato costruito da imprenditori statunitensi e sostiene centinaia di migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti.

Il messaggio rivolto all’amministrazione è netto: vino importato e vino domestico non appartengono a sistemi contrapposti. Condividono importatori, distributori, agenti, ristoratori, enoteche, retailer e consumatori. Quando i dazi indeboliscono uno di questi soggetti, le conseguenze si propagano all’intera industria.

OLTRE 100 IMPRESE RISPONDONO IN MENO DI 24 ORE

La delegazione della U.S. Wine Trade Alliance ha incontrato anche alcuni funzionari dell’amministrazione americana per illustrare i costi delle tariffe per le aziende e i lavoratori del Paese.

Dagli incontri sono emerse ulteriori richieste di dati. In meno di 24 ore, oltre 100 imprese vinicole statunitensi hanno risposto a un’indagine promossa dalla USWTA. Le risposte hanno consentito all’associazione di preparare rapidamente un rapporto sulle conseguenze negative dei dazi per le attività americane.

Ben Aneff, presidente della U.S. Wine Trade Alliance, ha ringraziato gli operatori che hanno testimoniato, firmato lettere, inviato osservazioni e partecipato alla raccolta dei dati.

Secondo Aneff, la mobilitazione potrebbe aumentare le possibilità di evitare un incremento delle tariffe o di ottenere specifiche esclusioni per il vino. «Se non raccontiamo la nostra storia, nessun altro lo farà», ha concluso.

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