Con quasi 400 campioni iscritti, l’edizione 2026 di Grow du Monde, tenutasi in Moravia, nel cuore produttivo del Riesling italico della Repubblica Ceca, sarà ricordata come quella dei record. Record nei numeri, nella partecipazione e nell’attenzione di pubblico e professionisti: sommelier, buyer, produttori e giornalisti arrivati da diversi Paesi per misurare lo stato dell’arte di un vitigno che l’Europa centro-orientale sta imparando a raccontare con convinzione crescente.
Per l’Oltrepò Pavese, invece, l’occasione è stata quasi mancata. Dopo l’incetta di medaglie ottenuta in Ungheria due edizioni fa, il territorio ha iscritto al concorso appena tre vini. Tre campioni, tre medaglie. Un risultato che avrebbe dovuto far riflettere. Ancora di più perché tra queste medaglie c’è l’oro conquistato da Matteo Maggi, titolare della cantina Colle del Bricco a Stradella, con Khione 2024.
Un premio importante, che arriva da un concorso che è tutto tranne un “medaglificio” sostenuto da fondi pubblici, al contrario di altri. Importante non solo per il produttore, ma per tutto l’Oltrepò Pavese. Perché dimostra, ancora una volta, che questo vitigno può competere ad alto livello se interpretato con serietà. E se viene giudicato seriamente, da professionisti internazionali del settore, tra cui master of wine, alla cieca.
KHIONE 2024 DI COLLE DEL BRICCO E L’ORO AL GROW DU MONDE 2026
Matteo Maggi, insieme al padre e alla sorella, lavora sul Riesling italico da tredici anni. Lo fa in un territorio che, per lungo tempo, ha trattato questa varietà come un vino secondario, destinato a una lettura semplice. Spesso frizzante, da consumo rapido.
«Ho sempre creduto nel Riesling italico fin dall’inizio – racconta Maggi -. Quando ho cominciato a produrlo, in Oltrepò veniva declassato a frizzantino da vendere in annata, senza dargli un minimo di dignità. Ancora oggi sono uno dei pochi a farlo fermo: in tutto l’Oltrepò saranno forse una ventina».
Il dato è già una fotografia. In uno dei territori italiani più legati al Riesling italico per storia, diffusione e presenza vitata, sono pochissimi i produttori che provano a costruire una lettura ferma, identitaria, capace di uscire dalla logica del vino generico. Eppure, gli ettari di Riesling italico non mancano: sono oltre mille. Dove finiscono?
Maggi ha dovuto lavorare quasi da solo. Senza una letteratura produttiva consolidata. Senza un modello stilistico condiviso. Senza un territorio disposto a fare sistema.
«Negli anni – spiega – ho cercato di farmi una mia esperienza, perché di storico sul vitigno non c’era quasi nulla. Tutti dicevano: lo raccolgo, lo imbottiglio subito e diventa frizzante. Per molti il Riesling italico era questo, stop. Nessuno cercava di capire se fosse meglio una surmaturazione, una maturazione completa, una raccolta anticipata o un altro approccio».
RIESLING ITALICO IN OLTREPÒ PAVESE, CONSORZIO IMMOBILE
Il punto è tutto qui. Il Riesling italico in Oltrepò Pavese non è stato solo sottovalutato. È stato privato di una riflessione tecnica e culturale. Messo nel grande contenitore delle denominazioni, spesso confuso con il Riesling renano, col quale lo si può tranquillamente blendare, senza bisogno di raccontarlo o scriverlo in etichetta, perché il “Riesling italico” non si può neppure menzionare. In definitiva: un vitigno raramente comunicato per ciò che è.
Maggi ha trovato negli anni un proprio equilibrio produttivo. Anche attraverso la doppia vendemmia, diventata necessaria con il cambiamento climatico. «All’inizio – precisa – era sufficiente una vendemmia normale. Negli ultimi anni non è più possibile. Sono molto soddisfatto del Khione 2024 perché, assaggiandolo, riconoscevo una differenza. Pensavo potesse avere qualcosa in più».
L’oro in Moravia, al Riesling italico Khione 2024, conferma quella sensazione. Ma apre anche una ferita. Perché se un vino dell’Oltrepò Pavese può ottenere un risultato di questo livello in un concorso internazionale dedicato al Riesling italico, diventa ancora meno comprensibile l’assenza di una strategia territoriale.
«Sono rammaricato dal fatto che in Oltrepò non si creda in questo prodotto», afferma Maggi. «Nemmeno il Consorzio dà le basi per poterlo spingere e comunicare. Ancora oggi il Riesling italico resta un prodotto generico nel marasma delle Doc dell’Oltrepò Pavese, senza nessuna valorizzazione».
CONSORZIO OLTREPÒ PAVESE, PINOT NERO E VITIGNI DIMENTICATI
Il tema non riguarda solo il Riesling italico. Riguarda la direzione complessiva presa dall’Oltrepò Pavese. Negli ultimi anni la narrazione ufficiale sembra concentrata quasi esclusivamente sul Pinot Nero. Una scelta che può avere una logica commerciale – al ribasso rispetto altre denominazioni più blasonate sul Metodo classico – ma che rischia di restringere il racconto di un territorio complesso a una sola varietà.
L’Oltrepò Pavese non è solo Pinot Nero. È Croatina, Barbera, Riesling italico, Buttafuoco, Sangue di Giuda, Bonarda. Vitigni e denominazioni che raccontano una storia locale profonda. Eppure molti di questi nomi sono scomparsi dal centro della comunicazione istituzionale.
Maggi lo dice senza giri di parole: «Si sta andando sempre di più verso una valorizzazione del Pinot Nero a discapito di tutto il resto. Non si parla più di Croatina, non si parla più di Barbera, non si parla più di Riesling, non si parla più di Buttafuoco o Sangue di Giuda. Secondo me è un errore».
È un errore perché il Pinot Nero è già un mercato. Ha già codici internazionali, riferimenti forti, territori che lo presidiano da decenni. Arrivarci significa inserirsi in una competizione già definita. Lavorare sul Riesling italico, invece, richiederebbe più tempo, più coraggio e più visione. Ma offrirebbe all’Oltrepò Pavese una possibilità diversa: quella di costruire una via propria, meno imitativa e più radicata.

RIESLING ITALICO E RIESLING RENANO, LA CONFUSIONE IN ETICHETTA
Il problema principale resta la comunicazione. Oggi il consumatore fatica a capire cosa abbia nel calice. Riesling italico e Riesling renano convivono sotto un nome che genera equivoci. E il vitigno italico finisce schiacciato dal prestigio internazionale dell’omonimo tedesco.
«Ancora oggi mi chiedono se il mio vino sia renano o italico», racconta Maggi. «Qualcuno, mentre lo assaggia, dice: non ci sento l’idrocarburo. È ovvio che non lo sente: è italico. Ma le persone non capiscono questa differenza perché non viene comunicata. Per loro il Riesling è uno solo, perché l’Italico non è mai stato raccontato».
È una questione decisiva. Il Riesling italico non deve imitare il Riesling renano. Non può e non deve farlo. Ha un profilo diverso, una grammatica diversa, un potenziale diverso. Pretendere che parli la lingua del Renano significa condannarlo a un confronto sbagliato. Serve una nuova identità. Anche un nuovo nome.
IL MODELLO SERBIA E IL CAMBIO DI NOME DEL RIESLING ITALICO
In Serbia il problema è stato affrontato con decisione. Il vitigno è stato rinominato Grašac, eliminando ogni riferimento all’Italia e all’Italico. Una scelta simile, per logica comunicativa, a quella compiuta in altri Paesi dell’area balcanica e centro-orientale, dove Graševina e denominazioni affini hanno costruito una narrazione autonoma.
Il risultato è stato concreto. Diverse cantine serbe, dopo il cambio di nome reso evidente in etichetta, hanno iniziato a vendere in pochi mesi l’intera produzione dell’annata. Senza cambiare una virgola, dal punto di vista enologico, rispetto al passato. È bastato togliere dall’etichetta il peso di un nome percepito come debole per generare attenzione, curiosità e mercato.
L’Oltrepò Pavese dovrebbe osservare con serietà quel caso. Perché il vitigno ha bisogno di essere liberato da due zavorre: il riferimento all’Italico, percepito spesso come diminutivo o marginale, e la convivenza nominale con il Riesling renano.
Maggi non esclude questa strada. «Il Riesling italico – osserva – ha un omonimo con una fama troppo invadente. Forse gli servirebbe un cambio di nome per trovare una sua strada. Enologicamente il vitigno ha una dignità notevole. Se cambiargli nome può servire a valorizzarlo, ben venga».
OLTREPÒ PAVESE E COLLI TORTONESI, LA LEZIONE DEL TIMORASSO
Il confronto con i Colli Tortonesi viene spontaneo, tra due territori confinanti. Il Timorasso è diventato uno dei casi più rilevanti del vino bianco italiano contemporaneo perché qualcuno ha avuto visione, ostinazione e capacità di racconto. Walter Massa ha creduto in un vitigno quando quasi nessuno lo faceva. Ha costruito una traiettoria. Ha dato una prospettiva produttiva e culturale.
Maggi richiama proprio questo punto: «Se ci fosse una mente illuminata come Walter Massa, capirebbe la potenzialità del Riesling italico e lo valorizzerebbe nella maniera giusta. Sono sicuro che, se fosse stato un autoctono dei Colli Tortonesi, probabilmente oggi parleremmo di un Italico diverso».
Quella del giovane vignaiolo oltrepadano – che con Massa condivide l’amore per il tappo a vite, con cui è chiuso anche Khione 2024 – è una provocazione. Ma non troppo. Perché l’Oltrepò Pavese ha spesso avuto le uve, i numeri, le condizioni pedoclimatiche e la storia. Ma non sempre ha avuto la capacità di trasformare tutto questo in racconto, valore e mercato.
Il Riesling italico è uno dei casi più evidenti. Un vitigno presente in modo significativo, legato al territorio, capace di dare vini freschi, sapidi, gastronomici, attuali. Un vitigno che risponde ai trend di consumo contemporanei, orientati verso bianchi più tesi, meno alcolici, più bevibili, ma non banali.
OLTRE MILLE ETTARI DI RIESLING ITALICO CHIEDONO UNA STRATEGIA
Il dato più grave è quello prospettico. In Oltrepò Pavese ci sono oltre mille ettari di Riesling italico. Un patrimonio enorme. Eppure senza un cambio di rotta questi vigneti rischiano di perdere valore, di essere estirpati o di continuare a finire in produzioni anonime, senza alcuna riconoscibilità.
Il Consorzio, fondamentalemnte, non ha supportato l’iniziativa Grow du Monde. Ha lasciato che l’Oltrepò Pavese si presentasse in Moravia con tre soli vini. Tre vini che hanno ottenuto tre medaglie e che sono stati assaggiati da diversi professionisti e winelover locali, nella giornata dedicata al pubblico, post Concorso. Il segnale è evidente: il potenziale c’è, ma manca la volontà collettiva di investirci.
Anche i produttori hanno responsabilità. Per l’ennesima volta hanno dimostrato di non credere davvero in questo vitigno, o almeno di non credere in un evento internazionale che avrebbe potuto metterli in evidenza. È un immobilismo innaturale. E un giorno l’Oltrepò Pavese potrebbe pentirsi di non aver lavorato seriamente non solo a una definizione stilistica del Riesling italico, ma neppure al riconoscimento di una minima dignità enologica.
L’edizione 2026 di Grow du Monde lascia quindi sentimenti contrastanti. Da un lato la gioia e l’orgoglio per il lavoro di un gruppo internazionale di degustatori che, in Paesi come Serbia, Croazia, Ungheria e Repubblica Ceca, sta contribuendo a dare centralità a questo vitigno. Dall’altro il disappunto nel constatare il vuoto dell’Oltrepò Pavese, che studi del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) – gli unici a livello internazionale sulla varietà – indicano come area genetica chiave per la storia della varietà.






