Darmagi, la sfida di Angelo Gaja con il Cabernet Sauvignon a Barbaresco (1)

Darmagi, la sfida di Angelo Gaja con il Cabernet Sauvignon a Barbaresco

Darmagi è molto più di un vino. È una delle scelte più discusse ed iconiche degli ultimi 40 anni di viticoltura piemontese: l’introduzione del Cabernet Sauvignon a Barbaresco, territorio storicamente legato al Nebbiolo. Un vino nato come gesto di rottura, ma anche come risposta a un’esigenza concreta: aprire nuove strade in un momento in cui il mercato internazionale non era ancora pronto a comprendere pienamente il Barbaresco.

Angelo Gaja ricorda la sensazione di «malinconia» al rientro dai viaggi in Inghilterra e negli Stati Uniti. Entusiasmo e prospettive che, una volta tornati a casa, si scontravano con la difficoltà di far percepire il valore dei vini piemontesi fuori dalle nicchie più competenti.

DARMAGI E IL MERCATO ESTERO: QUANDO IL NEBBIOLO ERA UN MARZIANO

Negli anni Settanta, racconta Gaja, il Nebbiolo appariva estraneo ai riferimenti del pubblico internazionale. Il paragone era quasi automatico: Bordeaux. E, nel confronto, il Nebbiolo veniva giudicato “troppo chiaro”, “troppo tannico”, “troppo poco pieno”. I ristoranti italiani all’estero restavano gli ambasciatori più fedeli, capaci di introdurre i clienti al Barbaresco.

Ma al di fuori di quei contesti il linguaggio del vino piemontese sembrava incomprensibile, come «parlasse una lingua sconosciuta in una stanza piena di gente». Da qui nasce l’intuizione: produrre un Cabernet Sauvignon a Barbaresco. Un’idea che, nel contesto dell’epoca, suonava quasi provocatoria.

IL PADRE GIOVANNI GAJA E IL “NO” ALLA VARIETÀ STRANIERA

Il racconto di Darmagi passa anche attraverso un confronto familiare. Giovanni Gaja, padre di Angelo, era legato a una visione rigorosa e tradizionale. Nella sua vita aveva bevuto praticamente solo Barbaresco. Raramente Barolo. Mai Bordeaux o Borgogna.

Alla proposta di piantare Cabernet, la reazione fu netta: perché introdurre un vitigno diverso dal Nebbiolo quando «abbiamo già il meglio del meglio»? Eppure, riconoscendo la determinazione del figlio e condividendone l’obiettivo di “far brillare Barbaresco”, Giovanni Gaja finì per concedere un permesso. A una condizione: l’impianto doveva avvenire lontano dai suoi occhi. Nel punto più remoto delle proprietà: «Giusto un esperimento». Per Angelo Gaja, quello fu il punto di svolta: il permesso di piantare Cabernet.

IL BRICCO: LA COLLINA DI BARBARESCO SCELTA PER IL CABERNET SAUVIGNON

Restava però un problema: dove piantarlo? Gaja decise di far analizzare i terreni aziendali e inviò i risultati all’Università di Bordeaux. Chiedendo quale appezzamento fosse più adatto al Cabernet Sauvignon. La risposta indicò un vigneto nel cuore del paese di Barbaresco, sulla collina chiamata Il Bricco. Una scelta simbolica e concreta insieme. “Il Bricco” non è una collina qualsiasi, è “La collina”. Quella su cui sorgeva la casa del padre.

Il suolo viene descritto come franco-limoso, con buona dotazione di sabbia e limo, moderatamente alcalino e con calcare totale molto elevato. Su quella collina c’era un vecchio vigneto di Nebbiolo, troppo anziano per proseguire. Era stato espiantato e la terra riposava, in attesa di un reimpianto «come la tradizione avrebbe imposto». Ma la tradizione, quella volta, non sarebbe stata rispettata.

FEBBRAIO 1978: L’IMPIANTO DEL CABERNET A BARBARESCO

Approfittando dell’assenza invernale del padre, che trascorreva un periodo a Sanremo, nel febbraio 1978 venne piantato il Cabernet Sauvignon. Il vigneto misurava 1,98 ettari, con esposizione a pieno sud e una pendenza importante, pari al 30%. Le barbatelle arrivarono da Bordeaux, innestate su portainnesto adatto ai terreni calcarei. Angelo Gaja affida l’incarico a Gino Cavallo, storico direttore dei vigneti.

Un uomo legato al Nebbiolo, che visse l’operazione come un’eresia agricola. Uno scontro di visioni: potature corte, vendemmia verde. Una «varietà che lui non sapeva nemmeno pronunciare». Quando Giovanni Gaja tornò a casa e vide il vigneto reimpiantato, capì subito. La sua reazione è leggenda: un palmo sulla fronte, occhi al cielo, una sola parola: «Darmagi!».

COSA SIGNIFICA DARMAGI: «CHE PECCATO!» IN PIEMONTESE

Il nome non è casuale. In piemontese Darmagi significa «che peccato!», e richiama anche il francese dommage, oltre a un’assonanza con l’inglese damage. Angelo Gaja racconta di essersi abituato a quel nome e di aver deciso di usarlo per la prima annata di Darmagi Vino da Tavola 1982. Fu anche un gesto simbolico: il primo vino con un nome dialettale in etichetta, un atto di audacia ma anche un omaggio ironico e affettuoso alla tradizione.

Giovanni Gaja non volle mai berlo. Preferiva vini più invecchiati, e Darmagi non era mai abbastanza vecchio per i suoi gusti. Ma non si oppose. Non ci fu rottura generazionale. Ci fu disappunto. E un’autoironia che, col tempo, trasformò l’episodio in un frammento identitario della cantina.

IDENTITÀ E STILE: UN CABERNET “PIEMONTESE”, NON BORDEAUX

Con il passare degli anni Darmagi diventa un “ariete”, capace di aprire conversazioni e porte che, altrimenti, sarebbero rimaste chiuse. È un vino che incuriosisce, che porta nuovi assaggiatori verso Barbaresco e verso la Langa. Ma la sua caratteristica più interessante, nel racconto, è lo stile: non un Cabernet “classico” da Bordeaux o Toscana. Piuttosto un Cabernet con una forte impronta piemontese.

Tannini tesi e freschi, quasi da Nebbiolo. Corpo snello, rare note piraziniche. Profumi di frutti rossi, mora, viola. Liquirizia ed erbe aromatiche come menta e timo. E richiami di radici e corteccia. Fin dall’inizio si lavora su rese basse, tra 30 e 35 ettolitri per ettaro, per ottenere maturazioni complete. Il vigneto, grazie all’esposizione a sud e alla posizione elevata, riceve sole per tutta la giornata.

IL VIGNETO OGGI: IL RACCONTO DELLA FAMIGLIA GAJA

Nel tempo, la gestione del Cabernet Sauvignon richiede attenzione specifica. I grappoli sono piccoli, gli acini molto piccoli, con polpa ridotta e buccia spessa. Una struttura che aiuta la sanità delle uve e definisce la personalità del vino, ma impone estrazioni calibrate e macerazioni differenti rispetto al Nebbiolo.

Secondo la famiglia Gaja, le annate con buona escursione termica, soprattutto negli ultimi dieci giorni di maturazione, sono quelle che valorizzano maggiormente profumi e complessità.

Gaia, Rossana e Giovanni Gaja definiscono Darmagi «l’incarnazione concreta» delle idee futuriste del padre. La trasfigurazione del suo genio ribelle. Un vigneto fuori dagli schemi. «Scomodo e fuoriclasse», come chi lo ha voluto.

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