IN BREVE
- Asti e il Monferrato hanno un’identità profonda legata all’agroalimentare, evolvendosi pur mantenendo tradizioni storiche.
- Il Consorzio Barbera d’Asti si focalizza sulla sostenibilità e sulla comunicazione con le nuove generazioni riguardo al vino.
- Il Ruché di Castagnole Monferrato, grazie alla riscoperta di Don Cauda, rappresenta un vitigno aromatico e territoriale di successo.
- Il Roccaverano Dop è un formaggio di alta qualità, prodotto in modo sostenibile, con un forte legame alla tradizione locale.
- La produzione del Roccaverano affonda le radici in una storia di donne, che hanno preservato tecniche di caseificazione uniche.
Asti e il Monferrato, un territorio la cui identità ha radici profonde legate a doppio filo a ciò che oggi chiamiamo “agroalimentare”. Un’identità in grado di permeare non solo la quotidianità, ma anche capace di evolversi, aggiornarsi, attraversare i decenni mantenendosi fedele a sé stessa pur adattandosi alla modernità. Una visione attuale di un territorio storico. Un’evoluzione che porta la Barbera «non essere più quella che bevevamo vent’anni fa insieme ai nostri nonni», pur mantenendo il suo spirito “pop”.
Un’evoluzione che ha portato alla riscoperta e rinascita del Ruché e alla rivalutazione di produzioni casearie di nicchia come il Roccaverano Dop. Il tutto in una provincia che accoglie ogni anno circa un milione e mezzo di visitatori legati all’enoturismo. Un dato che restituisce il peso economico e culturale del vino in quest’area del Piemonte.
SOSTENIBILITÀ E COMUNICAZIONE: LA SFIDA DEL PRESENTE
Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato pone al centro del proprio lavoro la sostenibilità, intesa come equilibrio economico, agronomico e sociale. Dal 1995 viene praticata la lotta integrata, con una riduzione dei prodotti nocivi in vigna. Un tessuto culturale e produttivo che resta fondato su realtà agricole familiari.
Sostenibilità sociale e tempi correnti che spingono il Consorzio ad interrogarsi sui temi della comunicazione e delle nuove generazioni: come parlare ai giovani di vino? Come spingere le nuove leve, che sembrano lontane e disinteressate al tema e più legate allo “spritz” da aperitivo, ad un consumo consapevole del vino?
In un contesto comunicativo rapido, frammentato e spesso dispersivo, il linguaggio del vino rischia di risultare distante, troppo tecnico e troppo impostato. Valgono in tal senso le parole della wine-communicator Steve Kim: «I ragazzi non vogliono perfezione, vogliono sentirsi raccontare le cose da voci perfettamente imperfette».
Un’apparente contraddizione che ricorda come il vino debba slegarsi dall’immagine impettita data dalla spilletta di questa o quella associazione per tornare ad essere emozione. Raccontare il vino per quello che è stato ed è da sempre: il compagno dei momenti piacevoli, della spensieratezza con gli amici, dell’innamoramento, dei festeggiamenti e delle giornate difficili.
BARBERA, LA REGINA DEL MONFERRATO
“Pop” come solo la Barbera sa essere. Autentica nella gentilezza dei suoi tannini, viva e spigolosa nella sua spiccata acidità. Vino che senza snaturarsi ha attraversato il tempo, scorrevole, dal corpo succoso e dal colore brillante incarna in sé quelle caratteristiche di quotidianità e trasversalità negli abbinamenti oggi tanto ricercate. Vino immancabilmente figlio del territorio: il clima continentale della zona, protetta dai monti dall’influenza del mar ligure, contribuisce a fissare l’acidità e a regalare profumi ai grappoli.
Armonia e gentilezza che fanno della Barbera non solo un vino riconoscibile a livello internazionale, ma anche un vino della memoria in grado di evolversi e confrontarsi con generazioni diverse. Evoluzione ben narrata dalla verticale proposta dal Consorzio. Le diverse annate, fra il 2024 ed il 2019, attraverso andamenti climatici diversi e timbri stilistici differenti dei vari produttori, raccontano in un vino non solo in grado di reggere il tempo ma narrano di un fil rouge fatto di brillantezza del colore, freschezza della bevuta, delicatezza tannica e pienezza di sorso.
RUCHÉ: DALLA RINASCITA A SOLIDA CERTEZZA
Simbolo di un territorio che ha avuto la capacità di riscoprirsi è il Ruché di Castagnole Monferrato, oggi una delle denominazioni più riconoscibili del Piemonte. Un vitigno la cui storia è legata a Don Giacomo Cauda, parroco del paese negli anni Sessanta. Fu proprio Don Cauda a recuperare vigne dimenticate e a vinificare un’uva allora vicina all’estinzione e poco apprezzata. A seguire le sue orme Luca Ferraris, viticoltore classe 1978 e oggi principale rappresentante della denominazione, che ha scelto di tornare nel suo paese d’origine per puntare su un vitigno allora poco conosciuto.
«Bisogna avere coraggio», dice Ferraris raccontando di quando prese le redini della cantina nel 2001. «Il Ruché al naso sembra per eleganza un bianco del Trentino-Alto Adige – dice orgoglioso Ferraris – mentre in bocca è un vino caldo ed equilibrato come i grandi vini piemontesi». Una definizione forse un po’ forzata ma che riassume l’identità di un rosso aromatico e territoriale, apprezzato anche fuori dall’Italia. Oggi la “Vigna del Parroco” continua a raccontare questa territorialità, quell’intuizione.
IL RUCHÉ TRA MERCATO, IDENTITÀ TERRITORIALE E FUTURO
È nella versatilità del Ruché che è da ricercarsi la chiave del suo successo. «È un vino giovane, disinvolto, che può funzionare nelle sue varie versioni tanto per una bevuta easy quanto per momenti più impegnativi» sottolinea Ferraris. Un vino fortemente legato al territorio, «speciale è il significato che ha per il tessuto sociale locale. Il Ruché oggi rappresenta l’elemento identitario e l’attività economica più florida del Monferrato».
Un vino che fa della propria autenticità quella “contemporaneità” tanto raccontata altrove. Buone le prospettive future per la denominazione, sempre però da vivere con cautela e con la capacità di rimettersi in discussione. «Dobbiamo temere di più le nostre vecchie abitudini che non i dazi americani», chiosa Ferraris, citando ad esempio il dibattito sulle chiusure del vino. «Basti pensare, solo per fare un esempio, all’ossessione che molti hanno ancora per il tappo di sughero, quando quello a vite ti assicura una qualità migliore».
ROCCAVERANO: IL FORMAGGIO DI CONFINE
Tra Piemonte e Liguria, sulle colline astigiane, nasce il Roccaverano Dop, formaggio che racconta di territorio, allevamento e scelte produttive precise. Una produzione casearia che dialoga con il vino. Nasce in un piccolo borgo a 800 metri di altitudine, coinvolgendo una ventina di comuni limitrofi. Un Consorzio di Tutela, quello del Roccaverano Dop, che riunisce 17 produttori per una produzione annua che non supera le 550 mila forme.
Numeri lontani da quelli dell’industria, ma coerenti con un modello basato su aziende agricole a ciclo chiuso, dove tutto avviene in loco: coltivazione dei foraggi, allevamento delle capre, mungitura e trasformazione del latte. Un formaggio che grazie a un’identità riconoscibile, un disciplinare rigoroso e a una filiera agricola integrata ha abbandonato la generica definizione di “robiola”.
UN DISCIPLINARE RIGOROSO
«Niente pastorizzazione e nessuna scorciatoia industriale – sottolinea Matteo Marconi, presidente del Consorzio –. È l’unico modo per preservare la biodiversità microbica e il gusto delle nostre vallate». Un disciplinare rigoroso che fa della sostenibilità un principio. Vietato l’uso di OGM. L’80% minimo dell’alimentazione delle capre deve provenire dal territorio di produzione rafforzando il legame tra pascolo, latte e profilo aromatico del formaggio. Pascolo obbligatorio, dal primo marzo al 30 novembre per le capre, rigorosamente alle razze Roccaverano e Camosciata delle Alpi. Il siero innesto per la fermentazione è recuperato dalla lavorazione.
La storia del Roccaverano è anche una storia di donne. «Questo formaggio ha storicamente un’anima femminile – racconta Gaia Lando, che segue la promozione del Consorzio –. Mentre gli uomini erano impegnati nei lavori pesanti, la caseificazione era affidata alle donne». Il motivo è tecnico. Il Roccaverano è un formaggio a coagulazione acida, con una cagliata fragile, simile a quella dello yogurt nelle fasi iniziali. Richiede tempi lunghi e una manipolazione delicata, soprattutto nel trasferimento nelle formelle. Una manualità tipicamente femminile che si è conservata anche nel passaggio dall’autoconsumo a una produzione certificata.






