Trent’anni di Buttafuoco Storico e sentirli tutti. Trent’anni buttati – dal 1996 al 2026 – senza riuscire a costruire un’identità precisa, chiara, netta, attorno a quello che è uno dei vini più affascinanti e ricchi di storia dell’Oltrepò pavese. Trent’anni all’ombra del nulla, o giù di lì. Già, perché non basta cambiare nome alle cose – come avvenuto col recente lancio urbi et orbi del brand consortile “Classese” – per dire con certezza che il territorio abbia finalmente svoltato e preso una direzione comune, dettata dalla storia. L’Oltrepò era, resta e resterà ancora per anni una scommessa – se non un azzardo – tra le regioni vinicole e spumantistiche italiane. Resterà tale finché i numeri non saranno dalla parte del Consorzio guidato (con caparbietà, ma forse un po’ coi paraocchi) dalla presidente Francesca Seralvo e dal direttore Riccardo Binda.
Non il numero degli ettari di Pinot Nero presenti sul territorio, sbandierati laudativamente dall’ente di Torrazza Coste pure grazie al copia-incolla del Sole 24 Ore. Ma quando i numeri delle bottiglie di metodo classico rivendicate Docg saranno finalmente riusciti a crescere e a fare massa critica (Alta Langa docet). Fagocitando (e sostituendo) i diffusissimi spumanti VSQ base Pinot Nero, che costituiscono il vero freno a mano dell’ascesa, della consacrazione e del posizionamento dello champenoise oltrepadano a denominazione di origine controllata e garantita. Una sorta di “concorrenza interna” tra produttori della stessa zona. Che lascia ancora sbalorditi.
BUTTAFUOCO STORICO DELL’OLTREPò: NON C’è FUTURO SENZA PRESENTE
«Il Club del Buttafuoco Storico compie 30 anni. Un patto che sempre più parla di futuro», recita il titolo del comunicato stampa diffuso ieri dall’ottima agenzia di comunicazione Wildfoxa. Ma di quale futuro si parla, senza un presente? La verità è che il Buttafuoco Storico, fondamentalmente, non esiste (ancora). Non esiste (ancora) per via della manifesta incapacità trentennale della classe dirigente vitivinicola oltrepadana di dare vero lustro a una chicca straordinaria ed unica.
Un vino intrinsecamente ed unicamente distintivo dell’Oltrepò pavese, ottenuto dal blend di uve “autoctone” della zona: Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto. Alla faccia delle bollicine di Pinot Nero con le quali poter fare – più che altro – la guerra dei prezzi allo Champagne, alla Franciacorta, al Trento Doc e all’Alta Langa. Una denominazione, quella piemontese, che in pochi anni ha messo la freccia e sta sorpassando molti a velocità di carriera. Col dito medio fuori dal finestrino.
Il Buttafuoco Storico compie 30 anni nella comica caciara della «risottata di mezzogiorno» con la quale i produttori del Club del Buttafuoco storico celebreranno, domenica 8 febbraio 2026, questi trent’anni di sostanziale buio di idee e di incapacità di affermazione della qualità e del posizionamento di questo vino tra i grandi rossi italiani (perché di questo si parla). Non conta che le bottiglie di Buttafuoco storico siano «cresciute progressivamente da piccolissima produzione di nicchia, sino a raggiungere le 70 mila unità».
30 ANNI DI FAVOLE. AL DENTE
E non basta certo raccontare la favola – ironica almeno quanto la «risottata di mezzogiorno» a suggello delle celebrazioni dei 30 anni – che «il Buttafuoco Storico è oggi un vino il cui valore si colloca sullo stesso piano del Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese. Affermandosi come una delle etichette di riferimento del territorio».
Perché non c’è nulla di «affermato», se non il fatto che a promuovere questo vino (a livello locale, altra contraddizione) sia un “Club” di produttori, al posto di un Consorzio. Un Club che ha speso poco meno di 500 mila euro per realizzare l’Enoteca del Buttafuoco Storico a Canneto Pavese, voluta come «presidio fisico e simbolico per il vino e per l’area di produzione». Intanto, nei supermercati, circolano bottiglie a poco prezzo (alcune pure buone) che di “storico” non hanno nulla. Ma portano lo stesso nome, “Buttafuoco”. E hanno le “bolle” (questa sì la tipologia famosa!).
«Quello che trent’anni fa poteva sembrare un azzardo da parte di un gruppo di sognatori, soprattutto in un Oltrepò Pavese allora più orientato ai volumi e alla viticoltura intensiva – commenta il presidente del Club del Buttafuoco storico, Massimo Piovani – oggi appare l’unica strada possibile per tutelare il patrimonio viticolo. E portare nel futuro il mestiere del vignaiolo. La visione lungimirante dei fondatori dimostra il valore di un progetto serio, nato con un obiettivo semplice ma non più negoziabile. Conservare il vigneto. Custodire la storicità delle vigne. E difendere, anno dopo anno, la qualità delle uve». Tutto bellissimo. Purché il risotto, domenica 8 febbraio 2026, sia al dente.






