Sulla dignità dei Colli Berici: i migliori assaggi a Gustus 2018

VICENZA – Colli che? Berici. Colli Berici. Segnatevi sull’agenda questa destinazione. E’ una di quelle da scoprire, per credere che esiste davvero. Un po’ come Bolgheri, prima che un Giacomo Tachis qualunque inventasse il Sassicaia.

Settecento ettari vitati , 800 viticoltori, 30 aziende ad animare un Consorzio giovane e dinamico, capitanato da un motivatissimo Giovanni Ponchia (nella foto sopra). Siamo nella parte meridionale della provincia di Vicenza, in un’area in cui storia, architettura e viticoltura sembrano fondersi per mano d’Efesto.

I vini dei Colli Berici assomigliano tanto alla divinità greca, spesso dipinta come un bruto, tutto muscoli e martello. Non a caso, quest’areale è uno dei più caldi e meno piovosi della regione Veneto. Le temperature, specie negli ultimi 10 anni, hanno raggiunto picchi degni di una fucina. Motivo per il quale il 72% dei vini prodotti deriva da varietà a bacca rossa.

Vini molto concentrati, densi, spessi. Ottenuti principalmente da quattro uvaggi, ormai considerabili autoctoni: nell’ordine Cabernet Sauvignon, Merlot, Tai Rosso e Cabernet Franc. Con l’incognita Carmenere, fino a pochi anni fa confuso col Franc.

A dare ulteriore dignità alla produzione locale è la nona edizione di Gustus – Vini e Sapori dei Colli Berici, nei nuovi spazi di Villa Rigon, a Ponte di Barbarano. Un angolo di provincia di Vicenza che, a partire dallo scorso weekend e fino a questa sera, ospita un migliaio di winelovers e la stampa di settore.

Splendida la degustazione alla cieca organizzata dal Consorzio Colli Berici in apertura del press tour. Tai rosso vs Châteauneuf-du-Pape, Bolgheri vs Merlot veneto, il memorabile Carmenere di Inama vs quello cileno di Terrunho e il Cabernet Sauvignon locale vs quello della Napa Valley.

“Sembra che i vitigni da taglio bordolese si possano fare solo in Toscana, in America o in Francia – chiosa un combattivo Giovanni Ponchia – ma questo tasting dimostra il contrario e aiuta a sdoganare un territorio che merita assoluta attenzione da parte dei professionisti del settore e degli amanti del vino”.

In effetti, dalla degustazione alla cieca guidata da Nicola Frasson e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, i vini dei Colli Berici escono benissimo. Qualcuno più degli altri.

LA DEGUSTAZIONE
In particolare, il Cabernet Sauvignon “Cicogna” 2015 di Cantine Cavazza prende a sberle “SLV” 2013 di Stag’s Leaps Cellar, azienda pluripremiata della Napa Valley. Splendido scoprire a bottiglie scoperte che il Merlot Doc Colli Berici “Casara Roveri” 2015 di Dal Maso Vini (vigneti ad Alonte) abbia segnato il passo a uno dei vini più decantati dagli enofighetti di mezzo pianeta, ovvero l’Igt Toscana Merlot “Messorio” 2015 Le Macchiole.

Strepitoso, su tutti, il Carmenère Riserva 2013 “Oratorio di San Lorenzo” di Inama, che batte uno dei top di gamma della cilena Concha Y Toro, il Carmenère Block 17 D.O. Peumo 2014 “Terrunyo”. Quasi in scioltezza, con un mix tra eleganza assoluta – tutta giocata su una verticalità minerale – e potenza balsamico-speziata.

Davvero poco centrato, invece, il paragone tra il Tai Rosso “Thovara” 2015 di Piovene Porto Godi (comunque ottimo vino) con lo Châteauneuf-du-Pape “La Crau Ouest” 2015 di Domaine Santa Duc, uno dei pochi in zona ad avvalersi di Grenache in purezza, peraltro dai sentori surmaturi.

I MIGLIORI AL BANCO DEGUSTAZIONE
Ma la bellezza dei Colli Berici si scova anche tra i banchi di degustazione di una ventina di cantine. Ne segnaliamo tre su tutte, più un’etichetta outsider, che si eleva dalla media per lo straordinario rapporto qualità prezzo (Gdo e Horeca).

1) Fattoria le Vegre
Etichette splendide – non solo a livello grafico – per tutta linea di vini coccolati dal giovane Domenico Chiesa, uno che si è fatto le ossa (e il cervello) tra vigna e cantina, vendemmia dopo vendemmia. A 16 anni molla la scuola per seguire gli insegnamenti dei “vecchi” che bazzicano nei tenimenti di famiglia. Poca roba, intendiamoci: 5,5 ettari per 15-20 mila bottiglie. Abbastanza per dire che oggi, Fattorie le Vegre, è giunta alla piena maturità.

Stupenda la Garganega Doc 2017 di Domenico Chiesa nella sua verticale semplicità. Ancor più il Tai Rosso Doc 2016, un “base” che base non è, per la sua capacità di essere al contempo croccante e consistente e concentrato in bocca. Chiude il cerchio il Tai Rosso Riserva 2015, con quel tocco di legno pacato che non stronca il vitigno. Anzi, lo esalta ulteriormente.

2) Le Pignole
Anche in questo caso un’intera linea che convince. Dalla Garganega Solara ai due Tai Rosso “Torengo” e “Amatio”, passando per il “Rosso del Buielo” Veneto Igt. Una cantina dalle 100 mila bottiglie potenziali, che ad oggi ne produce 70 mila.

Una testimonianza della ricerca della qualità di Claudio, Serena, Micaela e Thomas Vanzo, subentrati lo scorso anno nella gestione della cantina. Il fil rouge è chiaro nel tasting della gamma: semplicità e tipicità sembrano materializzarsi nel calice, dal naso al sorso.

3) Cantina Pegoraro
Vecchia conoscenza per i lettori più attenti Vinialsuper, Cantina Pegoraro continua a stupire di degustazione in degustazione. Tutti i vini al top. Ma questa volta sugli scudi finisce il Tai bianco 2017, vino ottenuto con una sapiente aggiunta (minima ma fondamentale per il risultato) di Sauvignon (3%).

E’ lui a conferire una preziosa rotondità al sorso, senza snaturare la verticale eleganza tipica del vitigno ex Tocai Bianco, caratterizzato da un’acidità piuttosto marcata. Splendido lo sprint minerale che, a sua volta, gioca con la morbida spalla offerta dal Sauvignon blanc.

LA SORPRESA QUALITA’ PREZZO
Vitevis Cantine è un colosso da 8 milioni di bottiglie, 2.200 ettari e 1.100 soci conferitori su tre stabilimenti, con base a Montecchio Maggiore (VI). Sorprende, a Gustus 2018, con il Lessini Durello Doc Spumante Brut “Torre dei Vescovi”.

Si tratta di uno Charmat ottenuto da Durella, uva autoctona dei Monti Lessini che sta conoscendo un periodo di gloria, grazie al Metodo classico. La semplicità della lavorazione da parte di Vitevis farebbe pensare a una copia sbiadita del Prosecco.

Invece, Torre dei Vescovi convince per la bella combinazione tra i 10,80 g/l di residuo zuccherino e la spinta minerale, che ne compensa l’esuberanza. Per non parlare del prezzo sbalorditivo: 4,60 euro (ivato). Ne esiste anche una versione Gdo, in vendita nei supermercati Tosano e Famila a 3,70 euro. Da non perdere.

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