Il Bardolino cambia volto: scommessa su Cru e invecchiamento

VERONA – Il Bardolino come vino di prospettiva. Capace di invecchiare anche 10 anni. E’ il nuovo volto della Denominazione che si affaccia sul versante veneto del lago di Garda. Un vero e proprio lifting al contrario. Il completamento di un percorso di valorizzazione dei terroir, sfociato nel battesimo delle tre sottozone Sommacampagna, La Rocca e Montebaldo. Questo e altro nel weekend di “Bardolino Cru“.

Una giornata di degustazioni dedicate alla stampa e ai professionisti del settore, ma anche a winelover e consumatori. Obiettivo: recepire il “cambio di rotta” del Bardolino, dopo le modifiche al disciplinare. Gli effetti si vedranno eccome, in una fetta di Veneto che conta 3 mila ettari per 26 milioni di bottiglie (12 milioni di Chiaretto e 14 di Bardolino).

Una Doc decisa a emergere con tutte le proprie forze da un passato – nemmeno troppo lontano – in cui ha rischiato addirittura di scomparire. Basti pensare che dieci anni fa il valore dei migliori lotti di Bardolino era sprofondato ad appena 42 centesimi al litro all’ingrosso, secondo i dati della Camera di Commercio di Verona.

PAROLA D’ORDINE QUALITA’
Da un lato le certezze. Dall’altro i sogni. L’abbassamento delle rese a 120 quintali per il Bardolino e a 100 quintali per i vini prodotti nei 3 “cru” sono il punto d’arrivo del lungo lavoro di zonazione avviato nel 2009 dal Consorzio. Ma per diventare grandi occorre osare ancora.

Come? Per esempio favorendo l’utilizzo sempre più preponderante della Corvina, vitigno principe della zona, nel blend di vitigni che dà vita al Bardolino. La soglia, non a caso, è stata elevata dall’80% a un massimo del 95%, con un 5% di Rondinella. “Una garanzia per ottenere Bardolini da invecchiamento”.

Vini in grado di competere con la Borgogna e in particolare col Beaujolais, vero e proprio riferimento della Denominazione, come ha dimostrato la degustazione comparativa di domenica 30 settembre al Palazzo della Gran Guardia di Verona, sede della kermesse Bardolino Cru.

“L’obiettivo è dare risalto alla miglior uva che possiamo coltivare nella nostra zona. Questo è il futuro del Bardolino”, ha dichiarato il presidente del Consorzio di Tutela, Franco Cristoforetti.

Il progetto è chiaro. Arrivare entro qualche anno a produrre 2-3 milioni di bottiglie di Bardolino delle sottozone. Il più prestigioso. La chicca della Denominazione. Toccando al contempo quota 6 milioni di bottiglie con la versione “quotidiana” del Bardolino. Più facile e immediata, di pronta beva.

Ma si continua a puntare anche sul rosé, con il Chiaretto proiettato a 15-18 milioni di bottiglie. Un ariete dall’abito gentile, con cui approcciare i mercati internazionali. Nonché il biglietto da visita perfetto per i turisti stranieri, soprattutto tedeschi, che affollano le rive del Garda d’estate: 12,5 milioni, nel solo territorio del Bardolino.

Un rosato, peraltro, che non dovrà cedere alle facili contaminazioni cromatiche provenzali. Di anno in anno, nell’ambito del Piano di controllo del Chiaretto, sarà indicato il range di “rosa” da rispettare per rientrare nella Doc.

La vera sfida, insomma, è convincere tutti che questa sia la strada giusta. A credere nel sogno di un Bardolino “nobile”, in grado di competere con le maggiori denominazioni italiane ed internazionali sul fronte della longevità, sono attualmente 15 produttori su 100.

“Ma i numeri sono in crescita – spiega Angelo Peretti, giornalista e consulente del Consorzio – e le adesioni stanno arrivando, con grande sorpresa, anche da aziende che attualmente non fanno parte dell’ente”.

Occorre tuttavia comprendere a fondo se il mercato internazionale, sempre più a caccia di vini easy e diretti, abbia bisogno di un altro rosso “importante”, che si lasci godere solo a distanza di diversi anni dall’imbottigliamento.

I MIGLIORI ASSAGGI A “BARDOLINO CRU” 2018
Un campione assoluto e tanti ottimi assaggi, sia italiani sia francesi, hanno contraddistinto la degustazione comparata di Bardolino e Beaujolais di diverse annate. Quarantacinque in totale i campioni: 24 etichette prelevate dai tre cru gardensi (forbice delle vendemmie 2013 / 2017) e 21 d’Oltralpe (2009 / 2017), dai cru Fleurie, Morgon e Moulin à Vent.

L’assaggio più sorprendente dell’intera giornata è il Morgon Aop Côte du Py 2017 di Louis Claude Desvignes. Un Gamay in purezza (100%) di rara eleganza, con naso e palato tanto armonici da sembrare sotto l’ipnotico controllo di un direttore d’orchestra. Duemila bottiglie ottenute da un cru di 2 ettari. Vigne di cent’anni, su terreni con presunte reminiscenze vulcaniche.

Tra gli italiani convince in maniera ineccepibile il Bardolino classico 2016 “Vigna Morlongo” di Villabella, cantina capace di sfoderare una verticale 2013-2017 che racchiude il senso di tutto l’evento Bardolino Cru, sulla longevità della denominazione.

Albino Piona, col suo Bardolino 2016 del cru Sommacampagna, è il secondo ottimo assaggio. Un vino a cui non manca proprio nulla: freschezza, corpo, sapidità e gastronomicità. E’ del cru La Rocca il Bardolino 2016 di Poggio delle Grazie: tinte di frutta rossa (netta la fragola), liquirizia e pepe su un tannino integrato, che mostra ampi margini di evoluzione.

Tra i francesi, oltre al vincitore assoluto, da segnalare il Fleurie Griffe Du Marquis 2009 di Clos de La Roilette. Ottime entrambe le proposte di Maison Le Nid: Moulin à Vent Tradition 2015 e La Rochelle 2015. Infine, sempre per il cru Moulin à Vent, Les Greniers 2015 di Paul & Eric Janin.

In definitiva, l’Italia esce senza sfigurare dal confronto con i cugini d’Oltralpe. La marcia in più dei francesi sono gli anni spesi nella produzione di vini pensati (anche) per un lungo affinamento.

Non che le nostre annate “vetuste” abbiano completamente perso la battaglia col tempo. E’ il caso degli Bardolino classe 1956, 1962, 1968, 1978 di Bolla, Bertani e Masi, o delle più giovani 2006, 2007 e 2009 di Corte Gardoni, Le Fraghe e Giovanna Tantini. Buone premesse per un futuro convincente.

Dello stesso autore

Altri articoli dalla stessa categoria

Leave a Comment