Civiltà del Bere, Milano capitale dei vitigni autoctoni italiani: dal Timorasso al Catarratto, ecco i migliori

Successo ieri a Milano per “La mappa degli autoctoni – Alla scoperta dei vitigni tipici italiani”. Un folto pubblico di professionisti e appassionati ha potuto degustare, dalle 17 alle 22, i vini di ventisei produttori provenienti da ogni angolo del Paese. Denominatore comune, la valorizzazione dei vitigni autoctoni italiani: dall’Albarossa piemontese al Grillo siciliano, passando per l’Aglianico del Vulture lucano e il Nasco sardo. L’iniziativa, inserita nel vasto programma de “Le cinque giornate di Milano”, cinque eventi a tema per assaggiare vini d’autore nella splendida cornice del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano, è uno degli appuntamenti di punta organizzati dalla Civiltà del bere, rivista italiana di vino e cultura gastronomica che dal 1974 affonda le radici nel capoluogo lombardo. “Il concetto di autoctono – ha evidenziato Vittorio Fiore, viticoltore toscano di comprovata esperienza, intervenuto durante la conferenza stampa dell’evento – non aveva senso agli albori della ‘nuova enologia’ nazionale. Negli anni Settanta, l’impostazione era concentrata sulla quantità di uve prodotte, a discapito della qualità: i vini del nord, ottenuti da vigneti portati all’estremo delle capacità produttive, dovevano essere necessariamente tagliati con vini del sud più robusti, come per esempio il Nero D’Avola. Io stesso, dal momento che la legislazione dell’epoca lo consentiva, etichettavo Chianti in Piemonte, in blend con alcuni vitigni siciliani! In Italia si diceva che il vino buono lo lasciavamo fare ai francesi”. Poi, la rivoluzione. L’Italia negli anni Ottanta alza la testa. “Quando in giro per il mondo i nostri vini ‘da tavola’ cominciarono a riscontrare più successo di quanto ci si poteva aspettare – ha aggiunto Vittorio Fiore, a destra nella foto – abbiamo finalmente capito che, forse, era ora di cambiare rotta. Si passò così da un’enologia di correzione a un’enologia di valorizzazione. Si iniziò a investire in viticoltura. E in quel periodo il Consorzio del Chianti Classico fece una delle poche cose che nella sua storia gli sono riuscite bene: il progetto ‘Chianti Classico 2000’, ovvero uno studio del Sangiovese che portò a cloni di vite destinati ad alzare il livello qualitativo dell’intera produzione nazionale. Oggi, dal Trentino alla Sicilia possiamo vantare viti selezionate che rendono il mestiere del viticoltore molto più semplice, per resistenza della vite al clima, capacità di adattamento e altri parametri fondamentali. Un aspetto che mi porta a sostenere con forza che investire negli autoctoni è una scelta più che mai vincente, anche al giorno d’oggi”.

LA DEGUSTAZIONE
Davvero alto il livello dei prodotti proposto in degustazione e difficile stilare una ‘classifica’ dei migliori assaggi. In termini generali, ogni vitigno autoctono, proprio per il suo legame intrinseco con il territorio d’origine, merita una menzione: chi per la piacevolezza della beva, chi per la struttura, chi per i profumi espressi e la longevità negli anni. Ma tra tutti, vinialsupermercato.it non poteva che selezionare l’intero parterre di vini proposti in degustazione da una delle case vinicole siciliane più attive nella Gdo italiana: Fazio – Casa vinicola in Erice, Trapani. Splendido il 100% Catarratto PietraSacra Bianco Historic Vineyard Igt Terre Siciliane 2012, morbido, glicerico e inebriante al naso, ma strutturato, fresco e sapido al palato: una caramella ai frutti tropicali, in cui a fare la differenza sono gli 8 mesi a contatto con i lieviti. Ottimo anche il 100% Grillo Aegades Erice Doc 2015, molto profumato e persistente. A chiudere in bellezza, il 100% Nero D’avola PietrSacra Rosso Riserva Doc Erice: tabacco, liquirizia, cacao e un tannino avvolgente, intrigante. “La nostra è una famiglia di viticoltori da quattro generazioni – ha commentato Lilly Ferro Fazio delle Cantine Fazio, nella foto sotto – che si è approcciata nel mercato del vino imbottigliato solo nel 1999. Abbiamo puntato molto sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni, che costituisce il 70% della nostra produzione. Ma lavoriamo anche sugli internazionali, perché riteniamo che la Sicilia sia un’ottima culla per tutti i vitigni. Da qualche anno ci siamo approcciati alla Gdo in maniera serena, ritenendo che il livello di attenzione della grande distribuzione sui prodotti di qualità sia in generale cresciuto molto. Non esserci è un errore. Inseguiamo la nostra politica di prezzi, ricercando il rapporto giusto con la qualità, senza scendere per questo sotto certi livelli. Valutiamo direttamente le promozioni con le varie catene, avendo facoltà di rifiutare deprezzamenti eccessivi”. Alla Gdo, Fazio dedica una linea ad hoc che finisce sugli scaffali di Coop, Conad, Metro, Carrefour, Il Gigante, Auchan e altre realtà locali siciliane. Ma alcune catene vendono anche la linea top di gamma della casa vinicola di Erice. “La Gdo, soprattutto con l’involuzione che sta registrando l’Horeca in questi ultimi anni – ha aggiunto Lilly Ferro – può costituire anche per i vini di qualità un ottimo canale”. Il prodotto più venduto da Fazio è il Muller Thurgau, “una scommessa vinta in Sicilia nel 2011 – ha dichiarato Lilly Fazio – a dieci anni dall’introduzione del vitigno tra i filari della nostra azienda”. “E’ stato un esperimento volto a dimostrare come vitigni internazionali possano esprimersi bene in Sicilia, al fianco degli autoctoni. Essere viticoltori in Sicilia significa vivere la terra come la propria casa, la vendemmia come un momento di festa e di attesa e di armoniosa partecipazione. Viticoltori significa mettersi in gioco in prima persona: essere i primi ad aprire l’azienda e gli ultimi a chiuderla”.
A pochi passi da Fazio, al banco degustazione, tocchiamo con mano la qualità e l’estrema ricercatezza del 100% Timorasso Brezza d’Estate Colli Tortonesi Doc 2010 di Cascina I Carpini, con base a Pozzol Groppo, Alessandria. Piacevolissime note ossidative per questo prodotto ottenuto da uno dei vitigni italiani a bacca bianca da lungo invecchiamento, in cui ritroviamo ancora una straordinaria acidità e sapidità. “La politica aziendale è chiara – ha spiegato il titolare, Paolo Carlo Ghislandi, nella foto – ovvero: do il tempo al mio vino di maturare da solo, col tempo. Per intenderci, sul mercato oggi ho il 2010 come top di gamma, mentre sta per essere presentato un altro Timorasso, vendemmia 2013. Ho iniziato a coltivare questo autoctono nel 2000, notando come il vitigno, di per sé capriccioso e delicato, trovasse nel terreno appenninico una sua collocazione ideale. La produzione di Cascina I Carpini è volutamente al 50% delle sue potenzialità. Su 10 ettari produciamo tra le 35 e le 40 mila bottiglie”. Curioso lo spumante di Cascina I Carpini, prodotto con un metodo inusuale, a metà tra lo Charmat e il Classico. “Un vino – ha precisato Paolo Carlo Ghislandi – ottenuto dalla fermentazione a temperatura controllata di sole uve selezionate Timorasso, provenienti dal cru Maddalena. Viene ottenuto attraverso un procedimento messo a punto negli anni che consente di sfruttare a pieno la dote minerale e acida del vitigno per la sua rifermentazione. E’ un raro esempio di vino spumante ottenuto da uve mature, che trascorre un totale di 12 mesi in autoclave, dove svolge la rifermentazione”.
Restiamo in Piemonte per citare Arlandino, Grignolino d’Asti Doc 2013 e VignaLina Barbera d’Asti Superiore Docg 2012 della Tenuta Santa Caterina di Grazzano Badoglio, Asti. Due vini di grande pulizia, in cui la centralità del frutto nel calice ricorda la ricercatezza dei migliori produttori di vino biologico. E in effetti, in quest’azienda vitivinicola astigiana il lavoro in cantina è ridotto all’osso, in favore dei risultati ottenuti precedentemente in vigna. Altro assaggio degno di nota quello del 100% Oseleta Rosso Provincia di Verona Igp 2009. Un vino ottenuto dall’omonimo vitigno autoctono dal piccolo grappolo e dall’acidità fissa e dall’estratto secco rilevante. Un’uva da taglio trasformata e valorizzata per la propria pienezza, che regala un tannino presente ma elegante e grandi capacità di invecchiamento. La produce Zyme di Celestino Gaspari, a San Pietro in Cariano, Verona. La stessa che sforna un ottimo Amarone Doc 2008, ottenuto dal blend tra Corvina (40%), Corvinone (30%) Rondinella (15%), Oseleta (10%) e Croatina (5%). Un Amarone legato alla classicità, fruttato, senza i sentori tipici speziati cui è ormai abituato il consumatore. “Un Amarone vero, anzi il vero Amarone”, come viene definito dallo stesso Celestino Gaspari (nella foto, sopra). Tra i rossi colpisce anche Iselis Rosso della nota casa vinicola sarda Argiolas. Dodici mesi in barrique e altri 6 di affinamento in bottiglia per il blend tra gli autoctoni Monica di Sardegna (90%), Bovale e Carignano. Un vino potente, molto caldo e robusto al palato, prugna e marasca che si fondono in una speziatura di cannella e vaniglia. Eppure morbido, rotondo, tutt’altro che (fastidiosamente) tannico. Di Argiolas, ottimi anche il S’Elegas 2015, freschissimo Nuragus di Cagliari e il fruttato Iselis 2014, 100% Nasco da 14,5 gradi: strutturato, rotondo, persistente. Cambiamo isola e ci rispostiamo in Sicilia per Baglio di Pianetto, dove il commerciale Dario Rinaldi (nella foto a destra) guida alla scoperta di Cembali 2010, fresco di presentazione al ProWein 2016 di Düsseldorf. Un 100% Nero D’Avola ottenuto da vigne di oltre 40 anni, allevate ad alberello. Elaborata la vinificazione, che prevede 9 mesi di barrique, 6 mesi di acciaio, ulteriori 10 mesi di botte grande e nuovamente affinamento in acciaio, prima di ulteriori 30 mesi (minimo) in bottiglia, che anticipano la commercializzazione. Anche in Cembali 2010 Baglio di Pianetto, così come nel resto della produzione della casa vitivinicola di Santa Cristina Gela, Palermo la centralità del frutto è accentuata. “Per la tipologia di lavorazione delle uve in vigna e in cantina – ha commentato Rinaldi – potremmo certamente mettere sull’etichetta la certificazione Bio. Ma non vogliamo, per scelta. Riteniamo infatti che, in questo momento preciso, il consumatore sia ancora troppo confuso a riguardo. Chi prova i nostri vini riscontra pulizia e ricercatezza, oltre all’utilizzo più che parsimonioso dei solfiti. E a noi questo basta, per ora”. Tra i vini bianchi del centro Italia, meritano infine una menzione Misco, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc 2014 della Tenuta di Tavignano di Cingoli, Macerata, nonché l’unico rosato italiano Docg, il Bombino Nero Veritas Castel del Monte 2015 prodotto a Corato, Bari, dall’azienda vinicola Torrevento. Ultimo ma non in ordine di “grandezza”, il sontuoso Amarcord, Sagrantino Montefalco Docg Passito della Cantina Le Cimate di Montefalco, Perugia.

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